Libri e Letteratura

Scorrete lacrime, disse il poliziotto – Il tarlo

Non sono nato con la presunzione di sapere tutto o di capire meglio degli altri la realtà, ma di certo non posso dire di essere d’accordo con la maggior parte delle persone che parlano di “Scorrete lacrime, disse il poliziotto” o lo recensiscono. Ma poichè non scrivo recensioni per smontare le tesi altrui, affronterò la questione solo come nota finale.

“Scorrete lacrime, disse il poliziotto”, è un capolavoro di stile.

Lo stile è quello classico di Philip K. Dick: un misto ipnotico e drogante di fantascienza noir, un universo distopico ed estraniante, un thriller onirico dalla dimensione di incubo alla Edgar Allan Poe. Molto peculiare di quest’autore è il fatto di presentare un elemento di un mondo futuro ed immaginario come se il lettore lo conoscesse, ed attraverso la descrizione delle azioni svolte per mezzo o dall’elemento stesso, far emergere le sue caratteristiche. Questo permette di eliminare lo stile didascalico a volte percepito come imprescindibile in testi ambientati in universi paralleli. Ancora una volta, l’autore non si smentisce e regala una storia di prim’ordine che riesce a comunicare magistralmente una perenne sensazione di dormiveglia e confusione determinata da una pluralità di fattori, dei quali per di più non si ha mai la certezza che siano reali. La trama è un insieme di azione, riflessione, descrizione di un mondo e di chi lo popola.

“Scorrete lacrime, disse il poliziotto” ha un capolavoro di trama

E’ una trama basata sull’assurdo e sull’assurdità ma con delle radici profondamente piantate nella realtà, forse più assurda della stessa fantasia: la perdità della notorietà come perdità di identità e di sè stessi. E’ impressionante pensare che un libro scritto nel 1974 abbia colto il nucleo della nevrosi di 40 anni dopo: l’immagine e l’apparenza come essenza, filosoficamente parlando. E’ questo che rende speciale questo autore e questo romanzo: il fatto che in un romanzo di fantascienza pieno di cose speciali e fantasmagoriche alla fine sia tutto paradossalmente coerente e l’umanità rimanga rappresentata come sè stessa, come era ed è e sempre sarà attraverso i secoli, intrinsecamente assurda anch’essa.

“Scorrete lacrime, disse il poliziotto” è un capolavoro di attualità

Questa è la trama di un noir, non di un film d’azione. Ciò può aver spaesato molti, anche magari qualche fan abituato al ritmo certo più accelerato di altri libri di questo autore, ma è piacevolmente più riflessivo e ponderato, alternando sapientemente momenti di tensione a momenti di rilassamento e ragionamento. Ad aumentare il senso di spaesamento è la continua silenziosa transizione fra la descrizione della realtà e la descrizione dei pensieri del protagonista e delle sue impressioni, che traspare progressivamente attraverso il testo e non in altro modo. Un mix di interiorità ed esteriorità che affascina e parla parole conosciute all’individuo, in quanto specchio fedele di un’esistenza di esperienza personale della realtà vissuta attraverso le proprie sensazioni ed emozioni.

“Scorrete lacrime, disse il poliziotto” è un capolavoro di introspezione

Il lessico è astutamente in linea con lo stile generale del libro, e fiorisce stupendo per l’inventiva nelle metafore, le frasi ad effetto, le peculiarità della costruzione del periodo. I personaggi sono come le figure di un ritratto impressionista: tanti, sfocati. Macchie di colore, il colore del sangue umano, nel cammino di un uomo. Uomini (e donne) che inevitabilmente collidono, per caso o per volontà, per volere o necessità, in un gioco del biliardo impazzito. L’unico fattore che li accomuna e – ben poco accidentalmente – il tema portante dell’intero libro, è il dolore. E’ questa l’immagine stridente, ricorrente, come un silenzioso urlo che ricorda quello famoso di Munch. E’ questo il messaggio, questa la morale, se di morale si può parlare. Il dolore che accomuna tutti, che fa parte della natura dell’uomo e della sua esistenza. Le forme del dolore: autoinflitto, subito, inferto, ragionevole, irragionevole. Il nostro dolore, il dolore altrui. Comprensibile o incomprensibile, ma esistente, vero. Quando si soffre si vive e si muore allo stesso tempo, non c’è niente di più forte e devastante. Ed è questa sofferenza, che è vita. E’ questa che va affrontata, da cui imparare, da far passare, da digerire, ma inevitabilmente da vivere. Difficilmente ma inutilmente eludibile, sempre in modo temporaneo. Dilazionabile, ma inesorabilmente di ritorno. Uno dei tasselli basilari che compone ciò che ci rende umani e che ridefinisce, assieme al concetto di vita, il concetto di morte. Vivere e non sentire dolore, ed esserne coscienti; non essere più un grado di provare un’emozione così fondamentale, non è forse uno stato peggiore della morte?

“Scorrete lacrime, disse il poliziotto” è un capolavoro di tecnica narrativa

La trama è interessante e piena di spunti di riflessione, avvincente ed in grado di catturare il lettore fino alla fine. Tiene coeso un insieme di personaggi dolenti di un’umanità dolente in scenari dolorosi per parlare di vita, morte, amore e sofferenza. E di come tutto questo faccia parte della natura umana. Lo scioglimento del nodo è subitaneo, improvviso ed autoesplicativo. Può forse deludere la oggettiva incapacità di intuire la verità riservata al lettore, ma non è un assunto imprescindibile per un testo letterario. Nè, a mio parere, sottrae nulla al fascino della narrazione o della trama.

Questa è la fondamentale risposta alla più comune critica di questo libro: non avere il controllo della situazione è uno status nel quale il protagonista è immerso dalla prima dozzina di pagine, e non si capisce in virtù di cosa la situazione del lettore dovrebbe essere diversa. Altrettanto in disaccordo mi trova la seconda più comune critica: quella sui personaggi.
Sono forse figure perfettamente delineate? Assolutamente no!
Ci interessa davvero sapere chi sono e cosa fanno? Assolutamente no!
Non sappiamo tutto delle persone nemmeno nella vita reale, quindi non si capisce perchè ci si dovrebbe aspettare qualcosa di diverso da un libro che pone in modo evidente il lettore sullo stesso piano conoscitivo del protagonista. O meglio, lo si può forse aspettare da un romanzo d’avventura, ma è chiaro ormai che questo libro non lo è. La mia netta impressione è che il dipanarsi delle vicende non sia altro che il viaggio di un uomo anestetizzato attraverso la propria ed altrui sofferenza, un collage di situazioni e persone che stimolino una simultanea riflessione, nel protagonista e nel lettore, sul senso della propria esistenza e delle proprie esperienze personali.

Più che consigliato, anzi obbligatorio (e veloce da leggere) per tutti e specialmente per chi non sopporta i testi eccessivamente prolifici in quanto a numero di pagine.

Joliet Jake

Nato in una assolata e ridente (?) valle ai confini con la Svizzera, Joliet Jake sfruttò, dalla nascita, questo profluvio di orologi e cioccolato per la sua crescita. Un’errata proporzione nel mix ottenne lo straordinario risultato di farlo arrivare sempre in ritardo e di dipendere dal cioccolato per la propria sopravvivenza. Informatico per passione, ha molti interessi e mirabilmente riesce a fallire in tutto in modo omogeneo. Autore di testi di vario genere per formazione e velleità, si prodiga nella redazione di castronerie astrali. Vi conviene leggere i suoi scritti prima che scompaia ed il suo genio venga riconosciuto postumamente da archeologi in cerca di reliquie letterarie(digitali) di alto lirismo. Che però saranno convinti che la lingua dei testi sia il turcomanno antico.
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