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Robot: alla scoperta del dilemma non così eterno della robotica

Approfondimento sul genere robot

Diciamocelo, ormai l’idea di avere un maggiordomo o una cameriera in circuiti ed ingranaggi, non ci sconvolge più così tanto.
Forse ci è così familiare da non sembrare neanche un futuro poi così lontano. Robot è un termine ormai in disuso, sostituito dai più freschi “androide”, “automa”, “replicante”..

L’origine del Robot nella letteratura

Il termine viene dal ceco “robota”, che in italiano potrebbe essere tradotto con il significato di “lavoro forzato, schiavitù”.

Usato per la prima volta in letteratura nel 1920, quando uno scrittore ceco, Karel Capek, punta il tutto per tutto su un’idea rivoluzionaria per il suo spettacolo teatrale: macchine create con materiale organico e simili agli esseri umani, costruiti in una fabbrica dal dottor Rossum.

Il fine è liberare l’umanità dalla fatica del lavoro; tuttavia gli effetti di questa utopia non si fanno attendere, portando l’umanità a spingersi verso l’indolenza, la pigrizia, il vizio sfrenato ed il calo demografico delle nascite.

I robot iniziano a ribellarsi all’umanità, sterminando chiunque si frapponga tra loro e la libertà di espressione.

E’ l’eco di espedienti già descritti in letteratura e che si sono protratti ad ogni angolo della creatività umana: il mostro di Frankenstein, la disobbedienza di Prometeo, la consapevolezza di Ultron, Terminator, i fantocci di Westworld.

Potrei citarne a iosa di esempi che dagli anni di Asimov (con le tre leggi della robotica e gli androidi positronici), a metà del ‘900, fino ad oggi, hanno calcato il palcoscenico nella nostra immaginazione.

Negli anni ’60, Kubrick ci regala 2001: Odissea nello spazio; negli anni ’80, Blade Runner, Robocop e Tron ci danno uno spaccato emotivo dei robot più complesso, pari all’unicità comportamentale dell’essere umano,

Il vero e proprio boom avviene negli anni 2000, dove l’argomento sembra incendiare i cinema e le televisioni di tutto il mondo!

L’Odi et amo che dedichiamo alla tecnologia che noi stessi sviluppiamo non ha mai avuto una voce così forte come negli ultimi anni.

Meglio di noi | Better than us

Di recente è stato prodotto da Netflix, un telefilm di regia russa, “Meglio di noi”, titolo originale “Better than us”.

Il serial è il primo prodotto russo presentato come Originale Netflix, aprendoci una finestrella sulle capacità cineaste dei nostri vicini di casa.

Il marchio Netfilx non manca di certo, ma la visione è scorrevole e nonostante l’argomento non sia del tutto originale, possiamo apprezzare una valida sotto-trama thriller che tiene bene il ritmo della narrazione.

Con “Meglio di noi”, ancora una volta, torna il tema del creato e del creatore.

Una potente aziende di robotica, la CRONOS (la pulce nell’orecchio è la storia di Crono, figlio di Gaia nella teogonia greca, che uccide il suo stesso padre e creatore, Urano, il cielo), compra un prototipo di androide cinese, unico nel suo genere.

Programmata per essere una brava moglie, una brava madre, Arisa dista dalle leggi della robotica di Asimov, essendo capace di qualsiasi cosa (anche uccidere) pur di difendere la propria famiglia.

Incontra una bambina di nome Sofia, di cui si fa guardiana, portandoci nel corso della visione attraverso i segreti e gli intrighi della CRONOS e di coloro che vogliono rivoltare il sistema per “mettere a morte” i robot.

La robotica sta facendo passi da gigante, questo dobbiamo considerarlo, e “Meglio di noi” ci propone un futuro che in fondo non è poi così lontano, tutt’altro.

Il dilemma eterno dei robot

E se domani avessimo degli androidi? Cosa succederebbe davvero?

Vivremo una versione i-tech di Toy story? Dove gli androidi saranno i nostri migliori strumenti di lavoro come in I,Robot (Eando Binder), strumenti così capaci di rivelarci le nostre mancanze, o al contrario supportarci nel bene e nel male, come nella saga di Titanfall?

Saremo così bravi da programmarli a sviluppare una coscienza solida e rivoluzionaria, sagace, intraprendente, come in Detroit: Becoming Human?

Oppure saranno fedeli compagni nella vita e nel lavoro, con chip emozionali che faranno sviluppare loro il desiderio di essere come noi, anche nella fallacità dell’essere umano, come nel celeberrimo “Uomo bicentenario”, o il caro Data, di “Star Trek: the next generation”?

E noi, una volta raggiunto questo traguardo, una volta che saremo in grado di creare senza procreare, saremo i creatori cui ribellarsi, o i creatori che arriveranno a distruggere e rinnegare le proprie creazioni?

Da sempre l’essere umano ha questi cicli di creazione/distruzione verso la tecnologia, e basti vedere in fondo le crescenti comunità ecologiche che stanno crescendo in tutto il mondo.

Villaggi di uomini e donne che sostengono la vita quotidiana senza uso di tecnologia alcuna.

Il rifiuto verso mezzi tecnologici da parte di alcuni, potrebbe essere l’incapacità di accettare un “qualcosa” che non si capisce totalmente, un meccanismo di difesa in viso ai cambiamenti sociali.

Nonostante possa sembrare circoscritto ai circuiti ed ai chip, in realtà questo senso di impotenza e conseguente “violenza” verso la tecnologia si è già verificato più e più volte nel corso della storia, basti pensare alla macchina a stampa di Gutenberg, ai tempi demonizzata come la fine della creatività umana e della cultura.

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