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ObsCure: la recensione del gioco

Titolo: ObsCure
Anno: 2004
Sviluppatore: Hydravision
Distributore: Dreamcatcher Interactive
Piattaforme: PC, Xbox, PS2
Piattaforma testata: PC

Premessa: Ovvero, sto diventando vecchio? (Nah, sono i giovani d’oggi a fare schifo)

Ok, vi faccio una confessione: odio dal profondo i teen horror.
No, un momento, riformulo: odio i teen horror di nuova generazione, quelli, per intenderci, che tra la fine degli anni ’90 e i primi ‘2000 hanno infestato il panorama cinematografico del genere con lo stesso ritmo (e la stessa sgradevolezza) del proliferare di ricoveri per intossicazioni da alcol e malattie sessualmente trasmissibili ipotizzabili tra i giovinastri in essi rappresentati. Un distinguo necessario, in quanto le vicende di collegiali arrapati, adolescenti allo stato brado e giovani teste di cazzo miscellanee messi in scena con l’unico scopo di fornire carne da macello per lo psicotico di turno sono da sempre un caposaldo del cinema d’orrore, slasher in particolare (altra confessione, in linea di massima non amo gli slasher in generale), ma è solo con questo filone di fine millennio che esse possono effettivamente vantare la creazione di un sottogenere a sé facilmente codificabile, tra un’irritante blandezza di fondo (si sa mai che si rischi di sforare il VM14), un ventaglio di protagonisti scientificamente studiati per catalizzare la vostra voglia di tirare schiaffi, e un generale vuoto pneumatico a livello registico, stilistico e creativo.
E questo mi porta all’ultima confessione di giornata (prometto): paradossalmente avevo aspettative mica male riguardo a Obscure. Parliamone: un liceo americano è un setting che qualche potenziale inesplorato ce l’ha, aggiungiamo che nel 2004 il survival horror classico è un genere all’apice della propria maturità, con un bagaglio di ispirazioni e trucchi del mestiere ormai corposo, efficace e di pronta applicabilità.. Magari, ipotizziamo un pizzico di sana ambizione e -perché no?- un utilizzo intelligente e consapevole dei cliché propri del contesto, e riporre buonissime speranze in questa produzione francese non sembra più così utopico.
Non so perchè, ma questo ambiente non mi comunica senso di accoglienza...
Non so perchè, ma questo ambiente non mi comunica senso di accoglienza…
Oh mio Dio, hanno rapito Kenny!
Brutti bastardi che non siete altro. Il buon Kenneth Matthews, tra un tiro a canestro e l’altro, s’è trattenuto nella palestra scolastica fino a dopo il tramonto. Poco male, una doccia veloce e via all’appuntamento con Ashley, questo il programma della stella della pallacanestro di Leafmore High School, un’anima semplice dopotutto, a patto di scavare tra gli strati di testosterone e steroidi a buon mercato. Ma all’improvviso, un’imprevisto: qualcuno è scappato via portando con sé il borsone del nostro eroe. Kenny si butta all’inseguimento del ladruncolo, ma quello che pareva il più banale scherzo da prete, si rivelerà una terrificante trappola: col senno di poi, tutte quelle sparizioni di studenti non suonano più come una buffa coincidenza, nevvero?
Naturalmente, all’indomani la scomparsa di Kenny non passa inosservata per Ashley, la sorella Shannon e un paio di compagni di classe reclutati per l’occasione: i quattro non perdono tempo, trattenendosi nell’istituto oltre gli orari di lezione, convinti non a torto che la soluzione del mistero sia tutta nei meandri di Leafmore, ma ancora inconsapevoli di quali orrori dovranno affrontare pur di trarre in salvo l’amico/fratello/fidanzato e magari poter assistere ancora in vita al sorgere dell’alba di un nuovo giorno.
I ritrovamenti confermano la mia ipotesi.
I ritrovamenti confermano la mia ipotesi.
School’s out… forever
Chi ben inizia è a metà dell’opera, dicono; e in quanto a questo, non c’è proprio nulla da obiettare ai ragazzi di Hydravision, che proprio nelle battute iniziali decidono di giocare le carte migliori, e di stupire con inaspettati tocchi di stile. Per dire, se il punk-pop dei Sum41 ad accompagnare il filmato introduttivo (almeno nell’edizione scatolata) può suggerire uno svolgimento e un tono generale prevedibile, le prime sessioni giocabili assumono di colpo tutt’altra atmosfera, con un magnifico quanto inatteso accompagnamento orchestrale coadiuvato da un suggestivo coro di voci bianche, il tutto mentre esploriamo aule e corridoi che l’ultima luce del crepuscolo rende spettrali e vagamente minacciosi. C’è tempo di farsi una discreta scampagnata, risolvere qualche enigma e capacitarci che attorno a noi c’è qualcosa di innaturale e maligno prima del momento catartico (ossia: i mostri esistono, sono proprio nella mia scuola e non hanno tutte ste belle intenzioni) e l’avvio a pieno regime del gameplay. Nel contempo, abbiamo modo di fiutare qualche idea fresca messa a punto dal team. Su tutte, la gestione dei personaggi giocabili: nei vari punti di ritrovo, possiamo scegliere tra tutti i bambocci presenti, portandoci con noi un compagno, controllato dall’IA fino a quando non decideremo di scambiare e assumerne il comando, o alternativamente, nelle mani e nel pad di un secondo giocatore (anticipando il trend del gioco in cooperativa tanto in voga oggigiorno, o giusto per testimoniare una gagliarda resistenza da parte di un orpello di ere passate qual’è il multiplayer in locale, fate voi). Oltre a questo, è possibile constatare come ciascuno dei protagonisti abbia a disposizione una caratteristica unica per facilitarci la vita: Kenny può sfruttare le proprie doti atletiche per compiere scatti impensabili ai compagni, l’incazzosa Ashley è particolarmente portata per l’autodifesa e se la cava meglio di tutti con le armi, l’aspirante reporter Josh mette in pratica l’interesse per l’investigazione con l’abilità di rilevare se nella stanza che stiamo esplorando ci sono ancora oggetti e indizi utili, Stan (pessimi voti, look da skater e attitudine da bad boy) è lo scassinatore più veloce della congrega, e la secchiona Shannon funge da Lisa Simpson della situazione, felice di ricordarci petulantemente quale dovrebbe essere il prossimo passo per avanzare nel gioco. Talenti più o meno utili, ma come avrete potuto intuire, ma in nessun caso veramente indispensabili… E questo ci porta al prossimo punto: in Obscure, TUTTI possono morire. E dico letteralmente: un decesso prematuro qui comporta semplicemente un amico da piangere in più e sotto al prossimo; è tranquillamente possibile portare avanti e terminare il gioco con un unico elemento sopravvissuto, magari la ragazza verginella e sfigata (sì, ce l’ho con te Shannon), e questo rende molto il tono da teen slasher. Se poi consideriamo la galleria di stereotipi nemmeno vagamente celati che costituisce il cast… che sia davvero l’utilizzo intelligente e consapevole dei cliché di cui parlavo poc’anzi? Davvero Obscure riesce nell’impresa di nobilitare un genere così radicalmente stronzo?
I clichè degli studenti sempre arrapati non mancano.
I clichè degli studenti sempre arrapati non mancano.
Sì, i teen horror fanno ancora schifo
Nah, questo round la stronzaggine di fondo ha la meglio. Per quanto Hydravision sembri suggerire a ogni dove una sostanziale comprensione del genere trattato, dei propri limiti e una certa volontà di superarli; esaurite le valide premesse, il team finisce invece per rendere la propria opera esattamente quello che non doveva essere: blanda e fondamentalmente innocua. Parlavo di atmosfera, di quell’oppressivo tramonto ad accompagnare i primi capitoli… Beh, calato quello, finito quasi completamente il pathos. Le ore notturne non riescono ad aggiungere nulla di che al carisma e al fattore-spaventi (che deve accontentarsi di vivacchiare di qualche scarejump telefonato e men che memorabile), non il massimo per un prodotto che già a partire dal titolo vorrebbe porre particolare enfasi sul dualismo luce-tenebra. Per il resto, ci attestiamo sull’ABC del survival horror, con una struttura generale sufficiente e nulla più, livelli ispirati il minimo indispensabile, nemici sostanzialmente mediocri, e una sceneggiatura non abbastanza forte da sopperire, nascondere o nobilitare l’impalcatura di luoghi comuni su cui si regge (e che in qualche modo si prefiggeva di omaggiare ed elaborare costruttivamente, ne sono sempre convinto). Insomma, poco più che un semplice teen horror in forma digitale, che a dirla tutta riesce comunque a rendersi giocabile e adeguatamente divertente da essere tranquillamente giocato fino in fondo senza sfociare nella pura inerzia (o peggio, noia), ma che al contempo non può che lasciare l’amaro in bocca per come non sia stato sviluppato all’altezza delle potenzialità messe in mostra. In pratica, l’alunno Hydravision è intelligente, ma potrebbe applicarsi di più.
Voto: 6,5/10

Andrea Bruni

Vive praticamente di notte, ha un senso dell’umorismo estremamente malato, un cattivo gusto da annali, coltiva attivamente un senso critico/estetico che pure Ed Wood commenterebbe con un “Ma no, dai”, rifiuta con sdegno qualunque attività intellettuale che non sia coadiuvata da una bottiglia di birra dozzinale e ama scrivere di sé in terza persona senza una vera ragione. La cosa peggiore? Ne è perfettamente consapevole. Semplicemente, invece che affrontare e porre rimedio alle proprie cattive abitudini, questo individuo ha scelto di renderle socialmente accettabili, spacciandosi per sedicente esperto di horror.Pantomima riuscita al punto di convincere lo staff del Bosone di reclutarlo e affidargli una colonna ad hoc. Fino all’inevitabile momento in cui si accorgeranno dell’atroce errore commesso, il buon Nex sarà il vostro riferimento sulla roba spaventosa e/o truculenta in ogni sua forma.
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