Cultura e Società

Razzismo e stereotipi: è giusto combatterli ma non esageriamo

Sapete tutti certamente di cosa parlo già solo dal titolo, considerando la popolarità di Black Lives Matter, causa che premetto di sposare pienamente e le notizie sempre più diffuse di quello che ha portato dentro e fuori dai moti di protesta in America ed in tutto il mondo. Le notizie sui vari modi in cui la lotta a razzismo e stereotipi che sembra avere avuto in questo periodo una vera e propria rinascita, sono molte e noi stessi ve ne abbiamo riportate alcune. Ma quando c’è tutta questa rabbia, nonostante le ragioni che la veicolano siano più che giuste, il rischio di esagerare, di andare oltre e fare qualcosa che porterà più danni che benefici, non possiamo ignorarlo.

Stereotipi, dei villain silenziosi

Voglio cominciare con un appunto: in questo articolo parlerò di razzismo e stereotipi razziali ma molte delle cose che dirò, ad esclusione degli esempi pratici, saranno certamente applicabili anche ad altri tipi di discriminazioni.

La discriminazione, soprattutto quando si basa su stereotipi, è un male che sia fatta nei confronti delle persone provenienti da un’altra nazione o di quelle di un certo genere, che praticano una certa professione o un determinato hobby.

Detto questo, è veramente importante rendersi conto del fatto che gli stereotipi sono e sono stati parte di molte culture e che spesso sono un male celato ai nostri occhi se non, addirittura, nel nostro subconscio.

Non sempre è facile riconoscere uno stereotipo da un fatto, come non sempre è facile mettersi nei panni di chi è parte di una categoria di persone abbastanza da capire quando qualcosa che pensiamo, facciamo o diciamo può ferire chi abbiamo di fronte.

Per questo è importante, da una parte, far sentire il proprio disagio e trasmettere a chi è pronto ad aiutare, i valori che si vuole vengano portati in alto, cercando però di comprendere che dalla loro posizione può essere difficile capire in che situazione si trova chi fa parte della categoria oppressa; dall’altra mostrare il proprio supporto e la volontà di aiutare, ma anche la disponibilità a rendersi conto che quello che pensiamo sull’argomento potrebbe essere sbagliato dal punto di vista di qualcuno che dell’oppressione è vittima.

I supereroi non uccidono

Non ho paragonato razzismo e stereotipi ad un villain perchè mi andava. Voglio proprio immaginare il razzismo come un’entità malvagia, di quelle che gli eroi dei fumetti combattono ogni giorno, e chi lotta contro il razzismo come un supereroe.

Prendiamo Batman, ad esempio, un’icona che non possiamo non ricollegare al modo in cui affronta i suoi nemici: per quanto terribili siano e per quanto male facciano al prossimo, Batman colpisce duramente, ma non uccide.

Cosa vuol dire? Vuol dire che i mezzi per combattere questo male non possono essere troppo moderati, se si vuole ottenere qualcosa, ma non devono nemmeno sfociare nell’eccesso.

Il primo esempio sta nel cercare di manifestare nel modo meno violento possibile, perché far sentire la propria voce non è un’autorizzazione a fare del male agli altri. 

E anche se può sembrare meno grave, la rabbia nei confronti degli stereotipi non deve portare a distruggere indiscriminatamente quello che ci sembra legato ad essi, o a cancellare segni della memoria che certi stereotipi siano esistiti. 

Dalla tecnica alla pratica

Vi ho citato i supereroi, ho paragonato chi combatte gli stereotipi a Batman, ma torniamo con i piedi per terra. Voglio essere pragmatico e farvi degli esempi, parlandovi di notizie che certo avrete già sentito. 

Via col vento, ad esempio, rimosso dal catalogo di HBO per la sua rappresentazione di un’America razzista. Questa la ritengo una delle mosse positive, sia chiaro, anche se fatta con tempi e modalità un po’ sbagliati. La mossa è stata molto criticata, ma i chiarimenti sono arrivati rapidamente da HBO che ha spiegato che il titolo sarà riproposto sulle proprie piattaforme con una descrizione che metterà in luce proprio il fatto che nel film viene mostrata un’epoca in cui il razzismo era radicato nella società tanto da essere considerato normale e giusto (articolo qui). Questo, personalmente lo ritengo un modo giusto per affrontare la cosa. Spiegare è sempre un bene: spiegare è costruire e costruire è meglio che distruggere. 

E di distruggere si parla invece per quanto riguarda le statue di alcuni personaggi storici rovinate ed abbattute. Premesso che si tratta di opere d’arte e che, appunto, la loro colpa è solo quella di celebrare persone che hanno vissuto in epoche diverse dalle nostre nelle quali avevano comportamenti considerati perfettamente normali, abbatterle non può fare altro che cancellare i ricordi di ciò che è stato. Il futuro che vogliamo lo dobbiamo costruire, e distruggere è il contrario. 

Danni collaterali

Il problema però non si limita soltanto alle manifestazioni ed agli atti più o meno legittimi che vengono compiuti durante le stesse. Le conseguenze della popolarità di un movimento come Black Lives Matter si fanno sentire in molti modi, anche nella cultura pop.

Avrete sentito della decisione di Wizards of the Coast di bandire alcune carte del gioco di carte collezionabili Magic perché razziste o fondate su stereotipi… Si dà il caso però che, contestualizzate nel gioco, non siano poi così terribili. La stereotipizzazione di personaggi e situazioni è da sempre utilizzata nella narrazione, e le carte di Magic non fanno altro che, in un certo senso, rappresentare schematicamente la lotta tra due potenti incantatori capaci di richiamare al proprio fianco creature di ogni genere e lanciare potenti incantesimi per colpire il proprio avversario. 

E questo è solo un esempio. Recentemente gli episodi di interventi atti a “correggere” opere di finzione sono sempre di più, ma se si fanno senza attenzione è molto facile superare le sottile linea che separa un corretto revisionismo da una vera e propria censura. Per tornare ad un discorso fatto in precedenza, non sempre chi produce qualcosa capisce che quello che ha inserito sia uno stereotipo. È importante iniziare a saper differenziare, a valutare in modo critico la differenza tra uno stereotipo dannoso ed uno innocuo o ingenuo, e nei due casi è importante agire comunque, ma forse in modi differenti. 

Un Commento

  1. Su una cosa non sono d’accordo. Se questi manifestanti avessero riversato i loro sfoghi sugli individui e le organizzazioni che praticano attivamente il razzismo sistemico, non avrei avuto niente da ridere perché per il paradosso della tolleranza, un intollerante non deve essere tollerato. Pena il ri-affermarsi di determinate discriminazioni. Prendersela con degli oggetti inanimati dimostra solo una debolezza che onestamente, non appartiene a coloro che lottano veramente per i diritti umani. E non sono altrettanto sicuro che il “porgere l’altra guancia”, se adottato senza criterio, possa portare sempre dei benefici per la nostra società.

    Il paradosso della tolleranza è un paradosso che si configura nell’ambito dello studio dei processi decisionali, enunciato dal filosofo ed epistemologo austro-britannico Karl Popper nel 1945. Esso stabilisce che una collettività caratterizzata da tolleranza indiscriminata è inevitabilmente destinata ad essere stravolta e successivamente dominata dalle frange intolleranti presenti al suo interno. La conclusione, apparentemente paradossale, formulata da Popper, consiste nell’osservare che l’intolleranza nei confronti dell’intolleranza stessa sia condizione necessaria per la preservazione della natura tollerante di una società aperta.

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