L'Editoriale

Piccolo e il grande cinema contro il razzismo: proviamo a fare chiarezza

Sono degli ultimi giorni, ormai, le polemiche scoppiate in qualsiasi settore per la questione razzismo. Il tutto è più o meno iniziato con la tragedia accaduta a George Floyd, per poi diramarsi per ogni dove, arrivando a colpire il piccolo e il grande cinema. Dalla questione “Via col vento“, che ha visto HBO Max inserire un disclaimer che contestualizzi il film a livello storico-sociale (cosa assolutamente non nuova, dato che anche il servizio streaming Disney Plus ha adottato questo stratagemma per molti film, come, ad esempio, Lilli e il vagabondo), alla rimozione da parte di Netflix dalla sua piattaforma di un episodio di Community per colpa di una scena accusata di contenere blackface quando, in realtà, si trattava solo di un elfo oscuro, fino ad arrivare alla conclusione che “solo personaggi di colore possono doppiare personaggi di colore”, incidendo su serie storiche come Griffin e Simpson.

Da giorni, infatti, non si sente parlare di altro. E di esempi se ne potrebbero fare ancora altri ma, ciò su cui vorrei riflettere, è altro. Tutto questo darsi da fare per tagliare, rimuovere, occultare, incenerire, davvero può avere un qualche effetto positivo sulla fatidica parola “razzismo”? 

Piccolo e grande cinema alle prese con il razzismo

Il non dire una cosa apertamente, censurarla sempre e comunque, come ci ha insegnato la storia, di certo non allontana il problema.

Semmai, al contrario, lo esaspera, al punto da farlo diventare una cosa di cui “ci si è annoiati”, arrivando ad odiarlo perché, invece di insegnare la parità e l’uguaglianza in tutte le sue forme, lo trasforma in qualcosa che ridicolizza le forme dell’arte.

razzismo
Apu de I Simpson e Cleveland de I Griffin

E così ci sono le improvvise epifanie di attori e doppiatori che sorprendentemente decidono di abbandonare i propri ruoli storici in virtù di una causa che ora, finalmente, capiscono ma che prima era così ostica da poter essere ignorata senza colpa.

Si tratta di prese di posizione che potrebbero essere lette anche come delle provocazioni, da contestualizzare in un determinato paese che purtroppo, ancora oggi è vittima di forti pregiudizi, di qualsiasi natura.

Eppure, a una mente più cinica, invece, potrebbero apparire come delle reazioni esagerate che fanno intuire quanto il tutto sia più una moda che una convinzione, il voler conformarsi allo spirito di una tragedia che ha fatto soffrire chiunque pur di dire “anche noi, a modo nostro, abbiamo fatto ciò che potevamo, per cui non puntateci il dito contro”.

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L’elfo oscuro incriminato da Netflix

Un problema che viene occultato con un altro problem

Insomma, sembra più un volersi liberare da qualsiasi responsabilità, piuttosto che affrontare la questione con fare costruttivo e, se persino il piccolo e il grande cinema si adattano a questo modo di fare, allora si è semplicemente messo a tacere il problema con una tale forzatura da andare a incidere sulla bellezza del confronto, del dialogo e della libertà di parola.

E si sa, un problema che viene occultato con un altro problema non è la soluzione per un futuro da vivere senza razzismo, ma semplicemente la via verso quel modo di fare che all’apparenza si sforza di agire in un determinato modo ma che poi genera i leoni da tastiera, che arrivano a sfogare la rabbia repressa dietro un nickname falso pur di far sentire a tutti quale sia il loro reale pensiero.

Lotta contro il razzismo, dunque, ma sempre nel rispetto dell’arte, del confronto e della libertà di parola, purché il tutto si basi sul rispetto. E il rispetto, si sa, non ha colori da difendere ma soltanto la vita in quanto tale, in qualsiasi forma essa si presenti.

Paola.

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