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Nessuno sa che io sono qui: un film che si fa sentire (RECENSIONE)

Recensione consigliata a chi ha già visto il film Netflix

Durante i difficili tempi che attraversano il globo terrestre, l’astinenza data dall’impossibilità di frequentare i cinema è alleviata dalle generose proposte Netflix. Dopo un profetico Da 5 Bloods – Come fratelli che arriva a puntino per unirsi al coro di #BlackLivesMatter, la grande N californiana presenta un’altra deflagrazione di emotività audiovisiva. Riferendomi a “Nessuno sa che io sono qui“, non utilizzo il termine film perché la componente uditiva della pellicola rappresenta un punto di forza imprescindibile dell’intera esperienza e ne va tenuto conto sin dai primi fotogrammi.

Nessuno sa che io sono qui: trama e personaggi

Nelle sequenze di partenza, assistiamo a un alternarsi di immagini il cui sottofondo musicale è suggestivo e crea un’atmosfera di equilibrio quasi magica, con le riprese che si focalizzano sui paesaggi boscosi in cui il protagonista, un uomo molto robusto, si muove.

I flashback dell’individuo mostrano un bambino con una voce straordinaria. Si presenta alla videocamera, si chiama Guillermo.

Il film continua con questo ritmo, sviluppandosi attraverso questa sorta di sospensione tra ricordi e sogni ad occhi aperti in cui il personaggio è rinchiuso. Tuttavia non è solo una dimensione metaforica.

E’ la realtà quotidiana di Memo, ormai un fattore che lavora con la pelliccia delle pecore nel sud del Cile e decisamente più silenzioso di quando una vita fa, un agente senza scrupoli nonché suo stesso padre, decise di venderne il talento a una casa discografica.

memo

Per tale agenzia dello spettacolo, il Guillermo bambino registra i brani musicali che poi vengono performati da una terza figura, ritenuta più “idonea”, per via del suo aspetto, a comparire sullo schermo televisivo.

Angelo canta in playback le bellissime canzoni di Memo, raccogliendo al suo posto le attenzioni e il frutto di un effort che non è il suo.

Forse è azzardato definire Angelo come l’antagonista della storia ma è chiaro che entrambe le figure giovanili subiscono il contraccolpo dell’avarizia e delle pressioni degli adulti, giungendo a un esito conflittuale.

Da grandi, Angelo diventa un life coach mentre Memo si rintana lontano dalla civiltà continuando a nutrire il desiderio di esprimere la sua arte come una sorta di peccato di cui avere vergogna.

Il Guillermo adulto, infatti, aspetta di essere da solo per iniziare a danzare e a mescolarsi con i suggestivi suoni della natura e dell’ambiente circostante.

nessuno sa che io sono qui

Ma un incontro imprevisto sta per cambiare tutto; quando conosce Marta, una persona trasparente e senza pregiudizi, Memo inizia a pensare che non c’è nulla di male nell’essere se stesso e decide così intraprendere un viaggio per lavorare sul suo trauma e togliersi questo grande peso dalle spalle.

Il messaggio in bottiglia

Da 15 anni, Memo vive in isolamento nella fattoria di suo zio, nascondendo se stesso e il suo fardello al mondo esterno.

Ma cosa spinge un ragazzino con un talento straordinario a scappare dalla civiltà? Forse, questa non è la domanda giusta. Quello che Nessuno sa che io sono qui racconta, infatti, non è solo una storia di solitudine quanto più di libertà.

Memo, infatti, è imprigionato nei suoi rimpianti oltre che nelle responsabilità che gli vengono attribuite. Brama momenti di solitudine in cui può essere davvero se stesso ed evita qualsiasi contatto con umani che non siano suo zio.

Tuttavia, non sarebbe corretto definire questo comportamento come una fuga dall’esterno. In fondo, Memo è un po’ ognuno di noi in una società che dai primi passi ci mette in competizione gli uni contro gli altri e molte volte, con noi stessi, nell’indurre ad affrettarci nell’obbiettivo di avere una vita consumisticamente ideale.

Non a caso, il protagonista del film è alla costante ricerca della sua privacy, la sua esclusività personale, lontano dal desiderio di provare sentimenti di rancore o rivalsa per le vicende del suo passato. Finché un giorno, il fato decide di proporgli la resa dei conti, una sfida a cui non si può più sottrarre.

E’ così che abbandona il suo guscio, spinto dalle circostanze che gli impongono di correre, di vincere e di competere in una gara a chi ha più successo, spesso con gli obiettivi di schiacciare dei presunti avversari.

Ma Guillermo ha già vinto nella sua dimensione in cui esiste in simbiosi con la musica dentro a un Walkman. La metafora proposta dal regista Gaspar Antillo echeggia forte negli indizi saggiamente sparsi durante l’arco della narrazione: la fattoria in cui vive Memo, infatti, non è neanche raggiunta da Youtube, elemento che sta ad indicare una non fondamentalità delle pressioni e degli algoritmi che oggi, sono legge nel marketing e in tutto quello che è considerato un moderno “successo ideale”.

Proprio un video finito accidentalmente sulla nota piattaforma di video, scatena nuovamente il caso della pop-star mancata, spingendo giornalisti e curiosi a visitare l’abitazione di Memo in modo che alla fine, sia costretto a rispondere della sua esistenza.

A tu per tu con gli scheletri nel suo armadio però, il protagonista ci regala quello che è il messaggio dell’opera e che parallelamente, è rinchiuso nel testo della canzone che da il titolo alla pellicola.

Nel confronto televisivo con Angelo, Memo avrebbe la possibilità di dire il vero, di vittimizzarsi e dichiarare la sua versione dei fatti davanti a milioni di spettatori. Ma il protagonista non è lì per il pubblico che non ha mai avuto; è lì per se stesso, per sentirsi vivo e in completa armonia con ciò che è la sua vera essenza e il suo valore.

Nei minuti conclusivi del lungometraggio, Memo non “accontenta” la cupidigia dei presentatori o degli spettatori bramosi di intrattenimento, bensì decide di intonare la sua canzone durante un fuori onda, performance a cui assistono solo i presenti e… Se stesso.

E’ questo il momento in cui Guillermo prende coscienza di non dover dimostrare niente se non a se stessi.

nobody know i'm here

La metafora rappresentata in questo film giunge a farci riflettere sull’essenzialità delle cose; la popolarità mai raggiunta non è essenziale, Memo sa cantare lo stesso e c’è del bello nella semplicità di esprimersi senza l’esigenza di una platea di ascoltatori. In questo equilibrio, il protagonista non ha più bisogno di colpevolizzarsi e farsi carico di una vicenda su cui non aveva nessun controllo diretto.

“Nessuno sa che io sono qui” è confortante perché spiega attraverso la storia di Memo che per essere felici, non abbiamo bisogno d’altro che della nostra approvazione.

La dolcezza e la semplicità implicita del lavoro di Antillo vi farà desiderare di trovare anche voi un luogo in cui poter dire “Nessuno sa che io sono qui” ed essere finalmente liberi da etichette e qualsiasi prevaricazione sociale che non appartiene e non definisce lo spirito vero e l’esclusività che alberga in ognuno di noi.

Insomma, guardate questo film e sentitelo. Letteralmente ed emotivamente. Ne vale la pena.

Il testo della canzone “Nobody Knows i’m here”

Ultimo ma non meno importante commento, la canzone e i suoi testi in particolare, sono la chiave e quindi il climax del film, nonché a mio avviso un momento di grande cinema.

Non solo rende chiaro ciò che è il messaggio del film ma è anche interpretata magistralmente da Jorge Garcia e merita di essere apprezzata.

here i’ve come, i wont be long
just to ask, what you should know
there is this land down below
no hope in my soul
there is no feeling
this world’s too cold

here i lie and watch the stars
feel i’m dreaming all my life
here is the love i’ve forgot
my heart’s dancing glow
something is wrong, i dont belong, oh no

nobody knows i’m here
yeah yeah yeah
nobody is talking to me
and noone can set me free
nobody knows i’m here
yeah yeah yeah
some day the stars over me
will feel what i need to feel

hear my voice beyond my eyes
feel the love, feel the ride
there is no cloud in the sky
no reason to cry
just the stars that glow inside
wont go back, i’m out of sight
cosmic dust fills the night
hear no sounds and no light
forgot who am i, cant find home i dont belong, oh no

nobody knows i’m here
yeah yeah yeah
nobody is talking to me
and noone can set me free
nobody knows i’m here
yeah yeah yeah
some day the stars over me
will feel what i need to feel

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Dave

Atipico consumatore di cinema commerciale, adora tutto quello che odora di pop-corn appena saltati e provoca ardore emotivo. Ha pianto durante il finale di Endgame e riso per quello di Titanic. Sostiene di non aver bisogno di uno psichiatra, sua madre lo ha fatto controllare.
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