L'Editoriale

La nazionale non si inginocchia, perché non è un buon gesto (RIFLESSIONE)

Parliamo del termine “gesto” dato che ultimamente, se ne parla tanto in virtù della vicenda “nazionale che non si inginocchia”.
Una delle oratorie più condivise è quella che vede criticare la posizione che descrivere il “non fare un gesto” come una mossa uguale e contraria al significato che tale gesto dovrebbe significare.

Per dirla in parole povere, citiamo ed emuliamo il succo dei vari commenti che si stanno abbattendo sulla questione:

Chi fa il gesto è con noi. Chi non lo fa è contro di noi. Ovvero un modo di ragionare sbagliato e giudicante. Dovremmo essere migliori di così. Dovremmo ricordarci che simili pensieri hanno portato ai totalitarismi.

Si parla di storia, dunque ricordiamo un po’ di passato sportivo. Qualche anno fa, durante la partita di Liga tra Villarreal e Barcellona, dagli spalti del Madrigal è stata lanciata una banana in direzione di Dani Alves, prima che calciasse un calcio d’angolo. Il brasiliano l’ha raccolta, sbucciata e addentata, prima di battere. Un gesto che ha fatto il giro del mondo in una raccolta di solidarietà contro razzismo e discriminazioni. Dopo l’accaduto, la società del Villarreal ha individuato il tifoso colpevole del gesto e dopo avergli ritirato l’abbonamento, l’ha bandito a vita dall’accesso allo stadio. gesti e Gesti.

Seguendo dunque e volendo dare credito all’argomentazione sopra riportata, bisognerebbe forse ammettere che se il troglodita della vicenda non avesse fatto ciò che ha fatto, sarebbe rimasto comunque un razzista.

E’ per questo che mai come in questo momento storico, l’importanza di agire, di comunicare bene, sia fondamentale. Chi ha il potere di canalizzare dei messaggi, dovrebbe caricarsi della responsabilità, in molti casi l’onore, di condividere un pensiero positivamente critico contro i gesti che al contrario, hanno un fine negativo, anzi distruttivo della nostra società. Se Dani Alves avesse lasciato correre, probabilmente quella deplorevole azione non avrebbe sortito alcuna reazione, forse sarebbe stata dimenticata esattamente come mille altri episodi, passando pericolosamente come la normalità in campo. L’importanza di un gesto.

Effettivamente, non mettere in atto un “gesto” non serve a nulla, non dimostra e non prova niente. Ed è in assenza di questi che si lascia spazio ai trogloditi.
Non inginocchiarsi è comunque una messa in atto di una prassi. Puoi decidere di inginocchiarti o meno, stai dicendo qualcosa in entrambi i casi. E questo basta a rendere inalienabile il diritto a criticarne la scelta. Meno male, aggiungerei.

Perché puoi anche non essere razzista, ma se vivi il razzismo e te ne freghi, beh, non stai certamente dimostrando solidarietà verso i colleghi che frequentemente vengono insultati dagli spalti o peggio.

Sarebbe anche giusto farsi domande sull’utilizzo di un’iperbole come quella del “non sei con me, allora sei contro di me”. Se solo non fosse che tale retorica sia avvalorata dai fatti, nell’esprimere che ogni forma di insignificante neutralità non fa altro che favorire i comportamenti prevaricanti e oppressivi.

Ci vuole coraggio per dire qualcosa ma a volte, semplicemente, la forza per farlo è assente. E’ paradossale che si parli di vittorie e di sport quando in realtà si stia perdendo l’unica partita che andrebbe sempre vinta. E di brutto.

Leggi anche:
Overwatch ci mostra quanto sia grave il razzismo negli USA
Piccolo e il grande cinema contro il razzismo: proviamo a fare chiarezza
Razzismo e stereotipi: è giusto combatterli ma non esageriamo
Essere uguale agli altri per essere accettato: Breakfast Club può aiutarvi

Dave

Atipico consumatore di cinema commerciale, adora tutto quello che odora di pop-corn appena saltati e provoca ardore emotivo. Ha pianto durante il finale di Endgame e riso per quello di Titanic. Sostiene di non aver bisogno di uno psichiatra, sua madre lo ha fatto controllare.
Back to top button