Videogiochi e Gaming

Monkey Island: la recensione del videogioco cult

Quando oggi si parla di pirati il pensiero di molti corre subito a Jack Sparrow e ai “suoi” Pirati dei Caraibi. Ma gli smanettoni computerizzati di vecchia data non possono non ricordare che dieci anni prima nacque un’altra saga di pirati, uomini dalla bassa morale, fanfaroni e smargiassi.

Monkey Island: la recensione del videogioco cult

Stiamo parlando della saga di Monkey Island, il cui primo capitolo, “The Secret of Monkey Island”, è datato addirittura 1990. In quegli anni le avventure grafiche spuntavano come funghi e la LucasFilm Games (come si chiamava allora la LucasArts) era una delle protagoniste del settore. Narra la leggenda che Ron Gilbert, il papà della saga, un giorno andò a Disneyland e fece un giro nelle attrazioni a tema piratesco. Lì avrebbe avuto la sua epifania: un punta e clicca sull’epoca d’oro dei pirati, ovviamente intrisa di umorismo. L’impianto di gioco è quello classico del genere, con un’interfaccia che usa prevalentemente il mouse sia per l’esplorazione dei luoghi sia per l’interazione con gli oggetti, tramite la scelta del verbo – e quindi dell’azione corrispondente – più adatta alla situazione.

Monkey Island: la recensione del videogioco cult
Stiamo davvero interagendo con un…pollo?

Nasce quindi il giovane Guybrash Threepwood col sogno di diventare un pirata. Diventerà persino capitano di una nave, ma faticherà a farsi prendere sul serio dai suoi compagni di avventura. Persino l’amore della sua vita, l’affascinante governatore Eleine Marley, non vede in lui il temibile pirata che dichiara di essere ma solo un biondino dallo sguardo dolce. Le sue ciurme prima o poi andranno sistematicamente verso l’ammutinamento, lasciando solo il nostro eroe. Solo l’antagonista sembra averlo in seria considerazione, il pirata LeChuck, l’antonomasia del corsaro: giaccone rosso, barba folta, sete di sangue e tesori, morale discutibile, ego smisurato. Anche lui innamorato di Eleine, ma con un solo, piccolo problema: è già morto, prima fantasma, poi zombie e infine demone. Ogni volta Guybrash dovrà vedersela con lui, riuscendo alla fine a farcela nei modi più diversi.

Monkey Island: la recensione del videogioco cult
L’intramontabile cattivone della saga: LeChuck.

Per riuscire in Monkey island è indispensabile ragionare fuori dagli schemi abituali, perché i Caraibi che si esplorano sono pieni di anacronismi e di situazioni al limite del paradossale: lo sa bene chi supera un burrone col solo aiuto di un pollo di gomma con una carrucola in mezzo…

Questa impostazione è stata la fortuna della saga, che ad oggi conta cinque capitoli, più le recenti riedizioni dei primi due giochi rispettivamente nel 2009 e nel 2010:

  • The Secret of Monkey Island (1990)
  • Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge (1991)
  • The Curse of Monkey Island (1997)
  • Fuga da Monkey Island (2000)
  • Tales of Moneky Island (2009)

 Monkey Island: la recensione del videogioco cult
Quasi vent’anni di evoluzione ludica per il pirata dal codino biondo.

Sebbene alla saga collaborarono diversi ottimi autori (ricordiamo solo Dave Grossman, Tim Shafer e la grafica di Steve Purcell), il gioco come si è detto ha un papà, Ron Gilbert, che ultimamente è tornato a parlare della sua creatura preferita. Quando la Disney comprò la LucasArts prese tutto il pacchetto, quindi anche Monkey island. Ma la casa di Topolino ha già il suo franchise di pirati, quindi Guybrush e compagni rischiano di essere abbandonati. Nel dicembre 2012 Gilbert dichiarò ad Eurogamer.net di essere «fortemente intenzionato a chiedere prima o poi» i diritti alla Disney per realizzare un nuovo Monkey Island. Se a questo si aggiunge che Disney chiuderà il reparto sviluppo della LucasArts facendo di quest’ultima una semplice “scatola” di licenze, questa sembra l’unica via per vedere negli scaffali un nuovo capitolo della saga.

Noi, da appassionati, speriamo che sia più “prima” che “poi”.

Mario “Gomez” Iaquinta

Mario Iaquinta

Nato da sua madre “dritto pe’ dritto” circa un quarto di secolo fa, passa i suoi anni a maledire il comunissimo nome che ha ricevuto in dote. Tuttavia, ringrazia il cielo di non avere Rossi come cognome, altrimenti la sua firma apparirebbe in ogni pubblicità dell’8×1000. Dopo questa epifania impara a leggere e scrivere e con queste attività riempie i suoi giorni, legge cose serie ma scrive fesserie: le sue storie e i suoi articoli sono la migliore dimostrazione di ciò. In tutto questo trova anche il tempo di parlare al microfono di una web-radio per potersi spacciare per persona intelligente senza però far vedere la sua faccia. Il soprannome “Gomez” è il regalo di un amico, nomignolo nato il giorno in cui decise di farsi crescere dei ridicoli baffetti. Ridicoli, certo, ma anche tremendamente sexy, if you know what I mean…
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