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Joker sei TU! Metabolizzando il profondo significato del film

Il film di Todd Phillips è sopravvalutato? Riflettiamo sul messaggio e del perché abbia fatto breccia così efficacemente nella critica

E’ cinico, incita alla violenza e non è responsabile nei confronti degli oppressi; non solo, è vuoto, incomprensibilmente superficiale con i temi di cui vorrebbe parlare senza riuscirci efficacemente e soprattutto, ciliegina sulla torta, Joker non è Joker se non rispetta l’archetipazione classica attribuitagli nei fumetti. Ma tutto questo non è vero.

Ne abbiamo lette di cotte e di crude in queste settimane a partire dalla critica del New York Times che dopo averla visionata al Festival di Venezia, aveva descritto questa storia come scialba e priva di significato.

A tutto questo si aggiunge anche la schiera di puristi che tuttora non riescono a spiegare la motivazione di un Joker che non è condiviso dagli universi narrativi finora rappresentati dai fumetti e dai lungometraggi DC.

Se poi avete seguito il chiasso delle controversie che si sono abbattute sulla pellicola di Warner Bros nei giorni a ridosso dell’uscita in sala, la visione di questo film vi apparirà – lo spero – bizzarramente profetica e paradossale. Mi spiego meglio.

Mentre guardavo il film, il ronzio mediatico delle discussioni riguardo alla sua legittimità è stato ben presto sopraffatto dalle risate di Joaquin Phoenix. Inquietanti ma cariche di emotività e in alcuni casi, vuote esattamente come le critiche mosse da molti.joker

Mi ha coinvolto al punto da notare un piccolo dettaglio che per quella che è stata la mia esperienza, ha fatto una grandissima differenza e prometto che sarà l’unica anticipazione (senza spoiler) che farò riguardo al film.

Succede nelle primissime fasi del lungometraggio; il protagonista porge un biglietto plastificato a un interlocutore che abbiamo già conosciuto nel trailer. Questo biglietto è un’etichetta in senso stretto, ovvero, descrive il motivo per cui Arthur Fleck, così l’anagrafica di Joker, manifesta determinati behaviour in compagnia di altre persone.

Ecco, il film parla dell’esigenza umana di definire, schedare e categorizzare oggetti e talvolta individui. Un po’ quello che è successo alla pellicola e al protagonista durante la sua travagliata campagna pubblicitaria.

Arthur consegna questo biglietto per far capire alle persone cosa sta succedendo e perché, come se un individuo possa essere racchiuso in un riquadro di carta di pochi centimetri. Lo fa sempre, regolarmente e quasi non se ne accorge tanto è assuefatto dall’idea di averne bisogno per qualificarsi.

E’ assurdo e al tempo stesso geniale; l’intelligenza di questo escamotage narrativo non sta nel giustificare ogni mossa del protagonista ma nel presentare la reazione delle persone con cui Joker interagisce.

Prima ostili e diffidenti e poi, dopo aver letto una manciata di termini nozionistici, comprensive e prive di avversione.

E’ un po’ quello che succede tutti i giorni. Anche noi siamo colpevoli, chi crede di non esserlo sta mentendo: basta leggere alcuni titoli di giornale, ascoltare l’opinione di un collega o persino guardare una semplice foto su Facebook. Quella di un amico che avevamo perso di vista tempo fa ma che pubblica ancora foto di spiagge quando ormai siamo in autunno inoltrato.

Tra le considerazioni di un saccente giornalista e il gossip dei colleghi, ecco che si annida l’etichetta sociale, la nostra innata propensione a classificare e passare al vaglio di una considerazione poco elaborata, la persona di turno.

Difficilmente ci soffermiamo a capire se il nostro amico abbia avuto una difficile estate a lavoro e che le ferie, per lui, siano arrivate con un ritardo sconvolgente.

Il film di Todd Phillips si incastra esattamente nel concetto che Arthur esprime nel trailer, alla sua psicanalista:

Lei non mi ascolta, mi fa sempre le stesse domande ogni settimana. Come va il lavoro? Ha avuto dei pensieri negativi? Sono, soltanto, negativi, i miei pensieri.

Ovvero, stiamo ascoltando? Ci stiamo davvero impegnando a capire i problemi che popolano questo mondo e chi non ha voce per esprimerli?

Il problema è che Joker, la verità ve la schiaffeggia in faccia e forse, se sarà facile superare questa recensione, non sarà altrettanto assistere alla proiezione. Amici miei, in colpa vi ci farà sentire davvero perché per emergere tra il rumore di sottofondo delle etichette e della sordità sociale, la risata di Joker deve essere forte, cinica e violenta.

Arthur Fleck si mescola così bene nella rappresentazione di una società ipocrita e controversa che alla fine ne uscirà come un risultato del tutto plausibile, senza sconvolgere quello che per lungo tempo è stato il Joker fumettistico.

A chi affermava che non avrebbe avuto senso disporre di un Joker che non è un Joker, Todd Phillips risponde con un prodotto che altro non è che un mero valore aggiunto alla già affermata idea collettiva del personaggio.

Il film è girato bene, ha buon ritmo e risolve diligentemente il climax prima del finale. Non ha bisogno di particolari effetti speciali ma presenta la giusta dose d’azione.

E’ un origin story con un forte rispetto per le produzioni che l’hanno preceduta. Joaquin Phoenix mostra un individuo all’inizio fragile e spaesato ma che ben presto si evolve, e ce ne rendiamo conto nel momento in cui il linguaggio del corpo diventa complementare a quello dello storico Heath Ledger.

Quello di Arthur è un percorso di sviluppo alla ricerca di se stesso, un po’ come succede per tutti noi.

put on a happy face
La rincorsa della felicità a tutti i costi è un ritratto limpido dell’ipocrisia che attanaglia la società di oggi. “Put on a happy face” provvede a un richiamo collettivo del Joker a fumetti ma è, al tempo stesso, un’opportunità per dire qualcosa…

Il suo è un viaggio che si trasforma parallelamente ai bisogni fugaci e alle urgenze di una Gotham piena di arroganza politica; dalla ricerca della felicità, prima, che lo rendeva vittima dei suoi stessi desideri come un cane che si rincorre la coda e successivamente, dalla realizzazione di se stesso come individuo e non come bigliettino da visita.

La risata di Joaquin Phoenix assume così il suono speculare dell’ipocrisia di una società allo sbando, a caccia di verità senza bussola in un fitto bosco di sorrisi, sguardi falsi e gomitate per raggiungere la felicità a tutti i costi e prima di chiunque altro. Ride quando c’è da piangere e viceversa.

La prestazione dell’attore è così verosimile e il messaggio talmente energico che desidererete per lui che quelle shignazzate, diventino presto autentiche e dovute magari a qualche atto di rivalsa.

E insieme alla sofferenza che percepirete dal personaggio, arriverà un momento in cui vi soffermerete a pensare cosa avreste fatto voi al posto suo. Probabilmente, il frangente sarà propizio per ricordare tutte quelle etichette che durante la vita, sono state appioppate anche a voi.

Ha messo la gonna, quindi vorrà far colpo. E’ bravo al computer, quindi è sicuramente un secchione senza capacità sociali. Ha una bella macchina, sarà sicuramente super benestante. E così via.

C’è una maschera da Clown su ognuno di noi e su questo, Joker ci conta tantissimo.

Il messaggio è così limpido che il film sembra minacciare la credibilità stessa dello storico antagonista. Ed è qui che il film regala un’altra perla di rara genialità; proprio nella mancanza di ciò che si è sempre creduto un elemento fondamentale al suo modo di essere (e di esistere), Joker si rende artefice della sua stessa identità proiettando in Bruce Wayne un destino speculare al suo.

Insomma, una festa per gli occhi e grande soddisfazione per il desiderio dei fan, di saperne di più sull’iconico personaggio. Ma soprattutto un tripudio di emotività che irrimediabilmente fa soffermare lo spettatore sulle categorie dimenticate dalla società e forse, anche un po’ su se stessi.

Se così non è stato e non avete riflettuto neanche un po’, mi permetto un consiglio spassionato: non chiedetevi se il film sia stato “vuoto”, chiedetevi se fosse presente qualcosa da suscitare in voi.

In fondo, siamo tutti Joker dentro di noi e per quanto sia drastica e opinabile,  la soluzione finale di Arthur, è impossibile non empatizzare con gli sfortunati eventi che emergono dalla sua infanzia.

Un momento di riflessione si dedica anche ai genitori delle vittime dell’Aurora; dopo aver visto il film, diventano comprensibili le preoccupazioni riguardo ad alcune scene ed è chiaro, che l’opera  di Phillips non sia un prodotto a cui assistere insieme ai propri bambini. Mi auguro vivamente che l’insegnamento della pellicola dia l’opportunità di riflettere e che i soliti idioti non rovinino l’occasione per il cinema, di dire qualcosa di importante.

Mi auguro, inoltre, che abbiate letto l’articolo dopo aver visto il film, in modo da empatizzare meglio su alcuni concetti resi po’ astratti per il rischio di spoiler. Se invece non l’avete ancora fatto, beh, date una possibilità alle mie considerazioni e poi fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti!

Good night and always remember, that’s [BEEEEEEP]

Ps: Robert De Niro eccellente.

Dave

Atipico consumatore di cinema commerciale, adora tutto quello che odora di pop-corn appena saltati e provoca ardore emotivo. Ha pianto durante il finale di Endgame e riso per quello di Titanic. Sostiene di non aver bisogno di uno psichiatra, sua madre lo ha fatto controllare.

4 Commenti

  1. Per me il film non è un invito alla violenza, bensì vuole far sapere alla gente che cosa ci gira davvero intorno, che cosa effettivamente fa la politica mentre c’è gente in gravi difficoltà. E’ un pò quello che accade in Italia… Inoltre, a mio modesto parere è un invito a riflettere un pò su noi stessi, sulla crudeltà e totale scomparsa di empatia nei confronti degli altri. Non posso portare esempi per non spoilerare, ma nella vita reale le persone con dei difetti evidenti o perchè introversi vengono presi sempre di mira subendo vero e proprio bullismo, e ciò accade in tutte le età. Ancora, un invito a denunciare alcune cose che ci accadono fin da bambini… Violenze e percosse che hanno conseguenze devastanti sulla una psiche che ancora si deve formare. Mi sembra che ci sia un articolo sul sito dove vengono elencati alcuni assassini che hanno avuto un passato come quello di Joker. Cattivi non si nasce, si diventa!
    Il film è straordinario!

  2. Joker, ovvero: una tragedia etica

    Il desiderio frustrato di riconoscimento, la sete insoddisfatta di giustizia si uniscono al disagio mentale estremo, trasformando la malattia psichica in follia omicida.
    Il Joker non uccide chiunque, non commette omicidi a casaccio. Chi gli ha mostrato gentilezza può sperare nella salvezza.
    In una città priva del più elementare senso di pietà per gli emarginati, nel pieno disastro dell’equità sociale, Arthur non odia il ricco in quanto tale. Odia il cieco, colui che pur vedendolo non lo riconosce. O, nel vederlo, lo disprezza senza sapere nulla di lui. Al ricco magnate chiede un bel gesto, non denaro.
    La mancanza di compassione genera risentimento. Nel risentimento cova il germe della rivolta degli ultimi.
    Chi odia la violenza deve, per prima cosa, odiare l’ingiustizia. Un attimo dopo, ricacciare indietro l’ignoranza.
    Joker diviene il capofila di una rivoluzione sanguinaria. Il fine è etico, ma l’epilogo nutrito del sangue altrui.
    La vera rivoluzione etica è di tipo culturale, non violento.
    Io la sogno.
    In questa ottica, io auspico la rivoluzione permanente.

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