L'Editoriale

Il post-Covid è profondamente incerto – e prima lo accettiamo, meglio è

Viviamo un periodo atipico, e prima che qualcuno risponda sarcasticamente “ma va?” chiarisco subito: in questo articolo mi sono fatto suggestionare dall’idea di incertezza. L’incertezza del mondo in cui viviamo – un mondo che sembra dominato dall’idea della prevaricazione, di minacciose savane popolate di leoni da tastiera, dell’analfabetismo funzionale, di superficialità e di presunto “humor nero” che poi è solo battuta inopportuna e scadente.

L’incertezza è uno degli aspetti più affascinanti della statistica e del calcolo di probabilità, in quanto definisce una sorta di “spettro” nel quale, con un’ampiezza massima e minima, le cose possono succede o meno. Applicato come viene fatto indirettamente oggi, in effetti, non è neanche troppo esaltante. Un’epoca in cui si ragiona poco, e nella quale vige un oscurantismo che sembra non voler guardare in faccia la realtà e chiamare le cose col loro nome – e soprattutto, guai a citare a sproposito il Medioevo, non sia mai facciate incazzare Alessandro Barbero.

Oggi è tutto rigorosamente polarizzato, nei TG continua l’incessante body count annesso al numero di contagi, e sembra si sia creato un duplice blocco contrapposto, esasperante e conformista a mio modo di vedere, tra gente confusa e incazzata che inventa un gombloddo al giorno vs razionalisti-prudenziali accusati, per assurdo, di essere loro stessi i creduloni, di avere il “culo al caldo” (o di essere “buonisti“).

Un’epoca in cui, soprattutto dopo l’ennesimo DPCM di cui abbiamo perso il conto del numero, si profila un ennesimo periodo di isolamento, contatti sociali limitati, niente cinema, movida, teatro. Niente inviti a cena, niente di niente (oh, per una volta che mi ero iscritto in palestra…). E poi diciamolo pure: almeno ufficialmente, no al sesso occasionale – anche perchè nessuno ha davvero capito quanto, cosa e perchè si rischi nel farlo. Che poi il tutto venga rispettato o sia davvero fattibile, è una domanda a cui tuttora non so trovare una risposta. L’etica sociale mi dice “sì, va fatto e basta”, ma un innato pessimismo antropologico – forse di matrice black metal – mi suggerisce che mi sto illudendo per l’ennesima volta.

Per intenderci:

Vivere in un’epoca di totale incertezza, in cui l’umore collettivo può sbalzare senza preavviso, per un informatico come me è anche una cosa un po’ strana: da un certo punto di vista, infatti, appartengo alla schiera dei “fortunati” smartworkers (anche se, pare, sarebbe meglio scrivere working from home), cosa che pratico almeno dal 2010 per quanto oggi, ovviamente, sia tutto molto diverso.

Il post-Covid è profondamente incerto - e prima lo accettiamo, meglio è
Beccatevi questa ellisse di covarianza, così, a buffo. Condividetela con altri 7 amici, vi porterà fortuna!!!!!1!1 Credits: Wikipedia

La cosa che mi ha fatto più male moralmente, per intenderci, è scoprire che molte persone – le stesse che maledicevano i viaggi quotidiani in ufficio su mezzi scadenti e ritardatari – odiano restare chiusi in casa (giustamente), sentono addirittura la mancanza del collega detestabile, insomma manca il rapporto umano e non sappiamo ancora di preciso quando tutto questo sarà ripristinato alla normalità (o presunta tale). Non l’ho vissuta peggio di molti altri, penso, e l’idea che ci sia stata gente che ha sofferto per il Covid unita ad altra che, probabilmente per motivi del tutto imponderabili, ha sofferto uguale, mi evoca un Male assoluto che attanaglia il mondo della serie “Lovecraft scànsati“.

Tutto questo, sinceramente, mi dispiace, al netto di quanto mi facciano incazzare certe prese di posizione che trovo deprimenti, e mai – davvero – mi sarei aspettato di vivere in un mondo in cui l’opinione pubblica viaggiasse su un umore correlato ad un andamento meno prevedibile di quello delle quotazioni euro-Bitcoin. Nel frattempo, i contagi salgono, e sembra che qualsiasi contromisura sia poco efficace (per quanto poi, alla fine, vada comunque valutata nel medio-lungo periodo).

È dura, durissima – ed è particolarmente dura per chi vive da buon (?) single: categoria bistrattata da tempi non sospetti, vista dai più come una sorta di panda a rischio estinzione, in grado di suscitare più tenerezza che attrazione sessuale. Se prima le occasioni già erano diradate e rarefatte dai social network, adesso è TUTTO relegato alle chat, e deve andarti di lusso se conosci una persona oggi e riusciate a passare una serata assieme senza essere terrorizzati almeno un minimo. Magari nel Medioevo questi problemi non li avevano (ne avevano molti altri, ovviamente), ma – contrariamente agli usuali stereotipi – dovremmo relegare quel periodo ad una dimensione decamerotica come nella tradizione del buon Brunello Rondi (un “cinque” virtuale ai cinefili che hanno colto il riferimento, ovviamente).

Non so davvero cosa pensare, questo è quanto. Mi consola che esista tanto da leggere, tanto da ascoltare, probabilmente è rimasta qualche persona minimamente ragionevole che non si lasci sopraffare dall sconforto o – peggio ancora – dal sentimento di svalutazione della pandemìa che, francamente, non saprei se chiamare superficialità o semplice coglionaggine. Che non sia una banale influenza come molti ancora oggi, senza alcuna vergogna, sostengono, è ormai chiaro: e noi non possiamo che stringerci forte a noi stessi, e trovare un senso anche in queste giornate, sulla scia delle nostre passioni, di quello che amiamo e…

Concludo come segue, sinceramente non trovo un modo migliore.

Il rimedio migliore quando si è tristi — replicò Merlino, cominciando ad aspirare e mandar fuori boccate di fumo — è imparare qualcosa. E’ l’unico che sia sempre efficace. Invecchi e ti tremano mani e gambe, non dormi alla notte per ascoltare il subbuglio che hai nelle vene, hai nostalgia del tuo unico amore, vedi il mondo che ti circonda devastato da pazzi malvagi, oppure sai che nelle chiaviche mentali di gente ignobile il tuo onore viene calpestato.

In tutti questi casi, vi è una sola cosa da fare: imparare. E’ l’unica cosa che la mente non riesca mai ad esaurire, mai ad alienare, mai a esserne torturata, mai a temere o a diffidarne, mai a sognarsi di essersene pentita. Imparare è il rimedio per te. Guarda quante cose ci sono da imparare! La scienza pura — unica purezza esistente. Puoi passare l’intera vita a studiare l’astronomia, tre anni la storia naturale, sei la letteratura. Poi, dopo aver esaurito un milione di esistenze sulla biologia, la medicina, la critica teologica, la geografia, la storia e l’economia, puoi cominciare a costruire la ruota di un carro con il legno adatto, oppure passare cinquant’anni a imparare come si comincia ad imparare a battere il tuo avversario alla scherma. Dopo di che, puoi riprendere dalla matematica, finchè è tempo che impari ad arare la terra. (The Once and Future King – Re in eterno, Terence Hanbury White, 1956)

Salvatore Capolupo

Ingegnere informatico, blogger IT-supercazzolante e consulente: per gli amici, più semplicemente, "bravo col computer".
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