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Doctor Who: 5 domande per Steven Moffat

La notizia è stata confermata da praticamente tutto il mondo – Tv Sorrisi & Canzoni, la BBC e RAI 4 – prima che dal Lucca Comics&Games, ma alla fine corrisponde a verità: finalmente a Cardiff si sono decisi a dar retta all’Italia e a mandare qualcuno di Doctor Who, dopo che per anni all’evento lucchese si sono tenute manifestazioni per impietosirli. A rappresentare la serie di culto ci saranno lo sceneggiatore Jamie Mathieson ma soprattutto lo showrunner Steven Moffat.

Uno aspetta per anni di avere l’occasione di “toccare con mano” qualcuno della sua serie tv preferita e poi quando arriva l’occasione magari non ci può andare, come nel mio caso. Da fan quasi decennale di Doctor Who capite bene come questa cosa urti il mio sistema nervoso. Sarebbe bello torchiare Moffat come si deve, ma visto che io non posso vi lascio qui qualche suggerimento, se vi va.

Le domande sono volutamente un po’ polemiche: se uno vuole le domande accondiscendenti può andare da Fazio, ma se decidi di incontrare i fan – magari quelli nerd davvero – devi aspettarti anche una situazione del genere:

#1. Non le pare che lo show abbia preso una piega più “all’americanata” rispetto ai vecchi standard?

Non è un mistero che lo show Oltreoceano stia andando bene, come mai era successo in passato. Il “problema” di questo successo potrebbe essere proprio nel fatto che, per adattarsi ad una fetta di pubblico più vasta e di tradizione diversa, diciamo più “entertainment”, debba concedere qualcosa. Alcune trovate, più spettacolari che utili, potrebbero spiegarsi in questo modo – ne cito giusto qualcuna titolo esemplificativo: un inutile dinosauro nella Londra vittoriana, i Cybermen di Missy che fanno gli Iron Man, Clara che prende il posto del Dottore nella sigla o la sequenza del Dottore nel Medioevo su un carrarmato a suonare la chitarra elettrica. Questo genere di cose potrebbero far storcere il naso a qualche purista che considera questi stratagemmi come “fumo negli occhi”.

#2. Non pensa che il tema del viaggio nel tempo sia diventato, paradossalmente, troppo centrale in Doctor Who?

Sembra in effetti paradossale dire una cosa del genere; dopotutto uno che ha una macchina del tempo deve preoccuparsi di queste cose. Ma storicamente in Doctor Who il viaggio nel tempo è sempre stato più il pretesto per vivere un’avventura particolare che il fulcro della trama attraverso la costruzione di paradossi e linee temporali particolari. Tutta la lunga linea narrativa dell’Undicesimo si basa su scombussolamenti temporali, ad esempio. L’ultima puntata (9×04, Before the flood) si apre addirittura con uno spiegone sulla cosa – scena che ho apprezzato tantissimo, ma che richiamo perché rende evidente il punto in questione. Ed ora che il viaggio nel tempo è diventato un elemento sempre più presente anche in altre storie (Star Trek, X-Men, Continuum, Flash, Man in Black sono solo alcune delle storie che negli ultimi anni sono ricorse a questo espediente) rischia di diventare stantio e ripetitivo persino laddove sia più adeguato, come appunto in Doctor Who.

#3. Doctor Who sta diventando sempre più una sua creatura “personale”, non è un po’ rischioso?

Nell’ultima stagione l’ottava, su dodici episodi (il primo era doppio, quindi potremmo anche dire tredici) solo cinque erano firmati esclusivamente da altri autori; negli altri, Moffat si affiancava nella scrittura. Se questo può essere un elemento utile ad una maggiore organicità della stagione, d’altra parte il minor confronto o la diminuzione di “menti fresche” può portare all’esaurimento delle idee, con la conseguente necessità di ricorrere al “fumo negli occhi” di cui sopra.

#4. Il Dottore che è vera creatura di Moffat è genericamente indicato nell’Undicesimo: aveva un arco narrativo suo, una storia pensata in lungo della durata di tre stagioni. Questo non rischia di creare problemi con la nuova incarnazione, il Dodicesimo di Peter Capaldi?

Questo in realtà non è un vero problema. Però è ovvio che, vedendo che per Matt Smith è stato messo in atto un arco narrativo lungo e (perlopiù) coerente, il confronto fra le due scritture sarà continuo e impietoso. Infatti il Dottore di Capaldi, che era partito per essere “100% pure Time Lord Rebel“, nel tempo ha dovuto cedere spazio a un umorismo abbastanza semplice e da macchietta (come la gag dei bigliettini nell’ultima storia) che a volte richiama quello dell’Undicesimo Dottore. O magari non lo richiama, ma siamo noi che nella testa facciamo sempre questo paragone.

#5. Come si rapporta con il lavoro di Russell T. Davies e con le storiline da lui aperte – come la Guerra del Tempo?

In passato il problema non si poneva: ogni show runner della serie classica ha fatto un po’ come gli pareva. Ma oggi non si può più fare così, visto che il pubblico è diventato più esigente. E allora è necessario tenere presente determinate linee guida che qualcuno ha impostato prima di te, e un evento come la Guerra del Tempo è troppo grosso per essere semplicemente ignorato. Moffat sembra giocare un po’ con la cosa, buttando di tanto in tanto una semplice citazione ma dall’altra quasi dimenticando gli archi narrativi a lui precedenti (ricorderete per esempio che nella prima apparizione di Capaldi la nuova incarnazione del Dottore si ricorda di Amy ma davanti a delle rose non riesce a ricordare nessuno); tuttavia la necessità di ricollegarsi alla mitologia creata da Davies è oggettivamente presente. Può essere una possibilità narrativa o un freno, dipende da come la vive lo show runner.

Ok, probabilmente non arriveranno delle vere risposte, soprattutto non da Steven Moffat. Oh, pazienza: io c’ho provato…

Mario Iaquinta

Nato da sua madre “dritto pe’ dritto” circa un quarto di secolo fa, passa i suoi anni a maledire il comunissimo nome che ha ricevuto in dote. Tuttavia, ringrazia il cielo di non avere Rossi come cognome, altrimenti la sua firma apparirebbe in ogni pubblicità dell’8×1000. Dopo questa epifania impara a leggere e scrivere e con queste attività riempie i suoi giorni, legge cose serie ma scrive fesserie: le sue storie e i suoi articoli sono la migliore dimostrazione di ciò. In tutto questo trova anche il tempo di parlare al microfono di una web-radio per potersi spacciare per persona intelligente senza però far vedere la sua faccia. Il soprannome “Gomez” è il regalo di un amico, nomignolo nato il giorno in cui decise di farsi crescere dei ridicoli baffetti. Ridicoli, certo, ma anche tremendamente sexy, if you know what I mean…
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