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I futuri che non vorremmo: disastri nucleari nella cultura pop

Tra i criteri di valutazione dell’Orologio dell’Apocalisse c’è anche la prossimità di una guerra nucleare. Sebbene possa sembrare surreale un disastro atomico, la detenzione di ordigni di questo tipo, rende la possibilità realistica e probabile. Il Doomsday Clock è un’iniziativa ideata nel 1947 che consiste in un orologio metaforico che misura il pericolo di un’ipotetica fine del mondo a cui l’umanità è sottoposta.

Nell’aprile del 1997 è entrata in vigore la convenzione sull’uso delle armi chimiche, un miglioramento al protocollo di Ginevra del 1925, che ne vieta l’utilizzo, la produzione e lo stoccaggio. Tuttavia, ad oggi si sospetta che molte nazioni ne nascondano un discreto quantitativo insieme a dei programmi di vera e propria applicazione di guerra chimica.

Molti film e libri hanno affrontato questa tematica da più punti di vista con conseguenze più o meno originali.

La deterrenza è l’arte di creare nell’animo dell’eventuale nemico il terrore di attaccare. Ed è proprio a causa dei congegni che determinano la decisione automatica e irreversibile, escludendo ogni indebita interferenza umana, che l’ordigno Fine del mondo è terrorizzante e di facile comprensione e assolutamente credibile e convincente

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The Road

“The Road” è l’adattamento cinematografico del romanzo “La Strada” di Cormac McCarthy. Sin dalle prime immagini, il regista John Hillcoat riesce a tramettere la sensazione di desolazione e ineluttabilità del destino dell’essere umano.
La storia narra le vicende di un padre e suo figlio che vagano per un America distrutta. Poco sappiamo di ciò che ha ridotto il mondo in frantumi, ma mettendo insieme i pezzi che vengono presentati con parsimonia sia nel libro che nel film, la causa sembra proprio un olocausto nucleare che ha fatto sprofondare il mondo in un inverno perenne.

Prima sparirono gli uccelli, e poi si estinsero le mucche e così via per ogni forma di vita e di sostentamento per l’uomo

I futuri che non vorremmo: disastri nucleari nella cultura pop

Purtroppo questo scenario sembra abbastanza plausibile se si considera il fatto che solo gli Stati Uniti e la Russia detengono circa 14.000 testate nucleari totali di cui 1.800 in stato di massima allerta operativa.
I “fortunati” che dovessero sopravvivere ad una guerra atomica massiccia, si troverebbero ad affrontare un mondo grigio, ricoperto di cenere e con i cieli perennemente oscurati da particelle radioattive e non. Queste potrebbero rimanere in sospensione per anni, negando la luce del sole e di conseguenza bloccando e uccidendo la gran parte della vegetazione e contribuendo, assieme alle contaminazioni radioattive, a stroncare l’ecosistema della Terra.
La tecnologia sarebbe perduta, se non schermata dagli impulsi EMP provocati dalle testate nucleari (se esplose nell’alta atmosfera). Tutto questo costringerebbe l’essere umano a sopravvivere con le poche risorse accumulate e non danneggiate prima della catastrofe.

Mad Max

I futuri che non vorremmo: disastri nucleari nella cultura pop

Parlare della saga cinematografica di Mad Max significa parlare di un tema caro anche alla società contemporanea: la crisi energetica. Il primo film “ Interceptor” del 1979 diretto da George Miller parla di un futuro non troppo lontano, dove le risorse energetiche mondiali stanno cominciando a scarseggiare.

Il secondo capitolo della saga e i seguenti si svolgono dopo la così detta “terza guerra mondiale”. Questo conflitto avviene per il controllo delle ultime risorse energetiche, tra cui la più importante quella del petrolio. Ebbene sì, ieri come oggi rimane la fonte di energia largamente più usata. Infatti, fino al 2004 i combustibili fossili (petrolio, carbone, gas e derivati) fornivano l’84% del fabbisogno mondiale. Ad oggi i dati non si discostano di molto.
Tornando ad una possibile terza guerra mondiale, questo film a mio avviso ci prende in pieno. Il controllo delle risorse rimane una delle cause più probabili per un conflitto su scala mondiale. Ma l’uso delle atomiche ormai a disposizione di molte nazioni rende il tutto più complicato e imprevedibile. Il crollo delle autorità previsto nella pellicola però avverrebbe solo con un annichilimento delle nazioni in conflitto e questo risulta poco probabile. Ciò che sicuramente non vedremo saranno gli originalissimi outfit che caratterizzano l’intera saga.

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?

Il romanzo del 1968 è opera della penna di Philip K. Dick e da questo è stato tratto il celebre film di culto “Blade Runner”. Il mondo distopico descritto da Dick parla di un futuro prossimo al baratro sociale, economico, ambientale ed etico.
Siamo nel 1992, l’essere umano è sopravvissuto ad una guerra nucleare che ha portato sull’orlo dell’estinzione la vita sulla Terra. Raggiunta la cosiddetta “pace della cenere” senza più risorse per portare avanti il conflitto, le nazioni si sono chiuse in loro stesse e molti abitanti sono migrati sulle colonie extramondo.

I futuri che non vorremmo: disastri nucleari nella cultura pop

Il protagonista invece è rimasto a San Francisco dove vive con la moglie Iran. In questa società gli uomini escono con pettorine e mutandoni rinforzati al piombo per evitare la sterilità o la mutazione genetica dovuta alle alte radiazioni presenti nell’atmosfera terrestre.
Ogni famiglia deve possedere un animale e prendersene cura, che sia vivo (e costosissimo) o elettrico. In questo mondo post nucleare infatti, tutti gli animali sono o estinti o in via di estinzione, e possederne uno è segno di responsabilità sociale oltre che di prestigio.

Lo scenario post-apocalittico è abbastanza credibile e la cessazione di una guerra a causa dell’assenza di profitti e risorse è molto realistico così come le sue conseguenze.
Un’estinzione quasi totale di tutte le forme di vita è una proiezione concreta della guerra nucleare.
Anche la nascita di nuovi culti religiosi come quello del Mercerianesimo trattato nel romanzo, può sembrare plausibile. Un culto mistico che combatte la disumanizzazione dilagante in una società costretta a respirare aria radioattiva, ad emigrare su Marte condividendo la vita con androidi-amici, o restare a morire sulla Terra a causa di alterazioni genetiche. Sociologicamente parlando potrebbe essere un effetto della mancanza di prospettiva in un futuro senza speranza.

The Postman

“L’uomo del giorno dopo” è un film diretto e interpretato da Kevin Costner nel 1997. La pellicola è un riadattamento del romanzo del 1985 “il simbolo della rinascita” scritto da David Brin.
Le vicende sia del film che del libro narrano di un America che dopo una guerra globale di origine non specificata si trova a fronteggiare un crollo definitivo della società e delle infrastrutture. Pare che siano passati molti anni dalla fine della guerra e che le città siano solo un ricordo del passato. I sopravvissuti si sono radunati in comunità più o meno autosufficienti incentrate solo alla sopravvivenza.

Gli eventi portano il protagonista a spacciarsi per un portalettere del rinato governo degli Stati Uniti.
Il romanzo si concentra molto sull’aspetto interessante dei simboli della società. Infatti, nonostante il crollo totale della civiltà per come la conosciamo, i sopravvissuti costretti da molti anni a subire le vessazioni della fame, sete, malattie e prepotenze dei “cattivi di turno”, vedono nel portalettere il simbolo di una società creduta perduta. Il protagonista è colui che connette le persone e le comunità. E’ plausibile infatti che alcuni simboli culturali assodati nel tempo, sopravvivano all’anarchia e che siano in grado di donare conforto.

Questa era la seconda parte dedicata ai “futuri che non vorremmo”. Nei prossimi articoli affronteremo altre tematiche attuali e non, tramite i libri, i film e le serie tv più amate.

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Martina Grosso

Procrastinatrice professionista, suonatrice di ukulele con scarso successo, arrampicatrice acrofobica: eccomi! Mi chiamo Martina e mi nutro di libri, giochi di ruolo, film e Cuccioloni. Amo creare personaggi e farmi venire in mente idee irrealizzabili; odio non riuscire a realizzarle.
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