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Cursed attrae ma non convince: la recensione della serie Netflix

Cursed… Forse una delle più grandi scommesse che il colosso dello streaming, Netflix, abbia affrontato, addentrandosi in quel mondo di miti e leggende che circondano il fantomatico mondo di re Artù, con la protagonista di 13 reason why, K. Langford.

cursed serie netflix
Locandina ufficiale della serie

Tutto, dalla presentazione alla caratterizzazione della protagonista, sembra suggerire che si tratti di un prodotto pensato per chi ama le eroine femminili: il pubblico è quello di Buffy, Sabrina, Katniss Everdeen e Tris. Perciò ha ben poco a che fare, nonostante l’ambientazione potrebbe suggerire il contrario, con re Artù, i Cavalieri della Tavola Rotonda e  tutto quel mondo “maschile” in cui si brandiscono spade da veri rudi. Ma questo non è necessariamente un male. Da La spada nella roccia, all’amata serie targata BBC Merlin, sappiamo quanto il tema medievale possa sposare qualsiasi genere, se ben pensato, e, un’avventura fantasy tutta al femminile con un tocco di freschezza innovativa, avrebbe potuto funzionare più che bene. Eppure…

nimue e artù
Nimue e Artù

Cursed, la trama

La storia segue le vicende di Nimue (K. Langoford), una giovane strega dei Fey, il cui destino sembra essere più ingarbugliato di una matassa. Dopo che la sua tribù viene brutalmente assassinata dai Red Paladins, la madre, con le sue ultime forze, le affida una missione: consegnare una misteriosa e preziosa spada al famigerato Merlino (G. Skarsgard).

In realtà, sin da subito, ciò che ha eccitato e invogliato il pubblico a vedere la serie, sembra essere stata proprio quella familiarità con i miti di una volta. Io per prima sono stata attratta da questi temi, incuriosita dal viaggio di questa protagonista, ma, ahimé, alla fine sono rimasta abbastanza delusa. Il re Uther (S. Armesto) e la spalla “spietata” di Nimue, Artù (D. Terrell), appaiono come opachi e sottosviluppati lungo tutti gli episodi della stagione, ed è solo grazie a Skarsagard (che comunque ha fatto di meglio) che il tutto non si è miseramente sopito nel giro di due episodi, portando energia e un po’ di luce in un materiale un po’ “semplice”.

merlino
Merlino

Probabilmente, se tutti avessero avuto altri nomi, se non ci fossero stati i fantomatici “Arù” e “Merlino”, avrebbero perso tutto il loro fascino nei primi minuti del primo episodio, annoiando per la loro caratterizzazione piatta e, talvolta, priva di senso. Oppure questa è un’eccessiva generalizzazione, ed è bastato il fascino dell’ambientazione medievale per avvicinare alcuni spettatori. Ad ogni modo, Cursed appare disordinato. I colori sono troppo brillanti, gli effetti raccapriccianti e il trucco esagerato. Come se non bastasse, in punti casuali per tutta la stagione, appaiono delle transizioni illustrate a fumetti, che stonano non poco con l’ambientazione generale e il cui scopo non risulta ben definito.

La serie è per lo più appesantita dal dolore, a causa di tutti i maltrattamenti che la povera Nimue deve subire da più fronti, e non è bastata neanche la dolcezza di Pym (L. Newmark) e un po’ di romanticismo, per dare quel tocco di leggerezza che, in serie tv del genere, risulta sempre ben gradita. Tuttavia, la più grande debolezza di Cursed è che non porta assolutamente nulla al di là della mitologia che noi tutti conosciamo, nulla di nuovo sul tavolo, insomma. E, questo enorme difetto, lo porterà, probabilmente, ad essere uno dei prodotti Netflix più in fretta dimenticati della storia del colosso dello streaming.

Il verdetto è, quindi: progettato per un pubblico che potrebbe essere più devoto a Katherine Langford che affascinato dalla storia in sé, quasi ogni aspetto della serie viene timidamente riciclato da Il Signore degli Anelli e Il Trono di Spade. Anche i suoi errori imitano il suo recente omologo di Netflix, The Witcher, con una narrazione goffa e un’estetica quasi banale. Nonostante si appoggi a personaggi ben più che noti, è un prodotto che sarà probabilmente dimenticato presto dopo la sua visualizzazione.

Paola.

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