L'Editoriale

Cosplay, racefacing e appropriazione culturale: istruzioni all’inclusività (GUIDA)

In copertina: Lishka Cosplay nei panni di Vaiana, foto di A.Z. Production Cosplay Photography

Negli ultimi anni si è sempre più allargato (e inasprito) il dibattito sui temi sociali all’interno della community cosplay. Noi de Il Bosone abbiamo già trattato più volte il problema del cyberbullismo e dello slutshaming verso i cosplayer. Meno di un anno fa abbiamo riportato la notizia che l’Eurocosplay, celebre competizione internazionale che riunisce a Londra i rappresentanti di oltre venti nazioni europee, ha deciso di squalificare la concorrente francese Livanart per “blackface“. Recentemente, inoltre, è scoppiata un’ulteriore polemica nei confronti delle cosplayer che decidono di interpretare il personaggio di Pocahontas, atto ritenuto offensivo da alcuni esponenti delle comunità nativo-americane.

Qui in Italia, queste tematiche vengono per lo più accolte con profondo scetticismo e il confronto scade spesso e volentieri nel più becero flame. Il risultato è che si finisce col parlare troppo poco delle ragioni alla base del disagio che spinge i cosplayer membri di minoranze etniche (e non solo) a sollevare a gran voce la questione. Per questo, dopo lunghe riflessioni e grazie alla mia conoscenza dell’ambiente europeo e internazionale, ho deciso di stilare una piccola guida che possa aiutare a vivere la propria passione nel modo più inclusivo possibile, evitando di fare inavvertitamente del male ad altre persone. Ma non solo, lo scopo di questo articolo è anche quello di evidenziare le esagerazioni portate avanti dalla parte opposta e tranquillizzare chi teme che “tra poco non si potrà fare più niente senza venire chiamati razzisti”. Non è così: quando qualcuno viene ripreso ingiustamente può replicare con validissime argomentazioni e, spesso e volentieri, sono le stesse minoranze interessate a intervenire in sua difesa.

Capirete che si tratta di una questione spinosa e molto sfaccettata, quindi vi chiedo la pazienza di seguirmi fino in fondo. Occorre però fare una breve premessa: chi scrive è una persona che fino a qualche tempo fa riteneva tutto questo un’esagerazione prettamente americana. Da europeo, credevo che tematiche come il “blackface” semplicemente non ci riguardassero. Che nonostante alcuni punti in comune, il cosplay fosse tutt’altro e che l’intenzione alla base dello scurirsi la pelle per interpretare un personaggio fosse talmente opposta a quella denigratoria di chi si dipingeva di nero per scimmiottare le persone di colore da non poter essere in alcun modo associata al razzismo. E’ stato solo parlando e aprendomi al dialogo con alcuni cosplayer stranieri che pian piano ho compreso le motivazioni profonde dietro richieste che inizialmente avevo reputato assurde.
Sono fermamente convinto che la soluzione al problema esista e si trovi in un maggiore ascolto dell’altro, ascolto che ad oggi viene spesso negato a priori. Pur condannando con forza le frange più estremiste, che arrivano a macchiarsi di atti di cyberbullismo anche estremamente gravi, ritengo fondamentale soffermarsi a riflettere sulla possibilità di trovare dei compromessi e delineare alcune linee guida per migliorare la situazione di quei cosplayer che ancora oggi subiscono un razzismo quotidiano, anche quando indossano i panni dei loro eroi della cultura pop.
Detto ciò, addentriamoci in questa selva irta di contraddizioni.

Racefacing, cos’è e come evitarlo

Perché, fin dal titolo, parliamo di “racefacing” e non semplicemente di “blackface“? Perché ad essere ritenuto offensivo non è solamente lo scurirsi la pelle, ma più in generale utilizzare il make-up per imitare quegli specifici tratti somatici che sono stati storicamente oggetto di scherno di stampo razzista. La pelle scura, certo, ma ad esempio anche la forma allungata degli occhi tipica delle popolazioni asiatiche, che viene costantemente presa in giro in tutto l’Occidente.
Prima di entrare nel dettaglio, però, credo sia il caso di affrontare il proverbiale elefante nella stanza: perché?

Cosplay, racefacing e appropriazione culturale: istruzioni all'inclusività (GUIDA)
La trasformazione da “bianco” a “nero” nel manifesto di un minstrel show del 1900


Come mai il tentativo di una cosplayer caucasica di somigliare in tutto e per tutto a, per esempio, Vaiana, sarebbe ritenuto un’offesa? Dopotutto, una persona razzista non vorrebbe mai somigliare a uno di quegli individui che odia e discrimina, giusto?
Vero, ma qui interviene una concomitanza di fattori che rendono quest’azione, apparentemente innocua, profondamente discriminatoria per i cosplayer di colore. Il primo è appunto l’analogia storica con il blackface, di cui abbiamo abbondantemente parlato in questo articolo. Vorrei sottolineare come si tratti di qualcosa che non appartiene esclusivamente alla cultura americana. Bastano poche ricerche per scoprire che una pratica simile è ancora piuttosto in voga in Olanda, ma è solo un esempio: lo scimmiottamento della persona di colore, nell’accento, nelle movenze, nel vestiario, è tipico di tutti gli ex-imperi coloniali, Italia compresa.
Il secondo elemento, invece, è leggermente più complesso. Quella tonalità di pelle, che noi decidiamo di indossare per un giorno con lo scopo di divertirci e fare un tributo a un personaggio che amiamo, è il motivo per cui ogni giorno milioni di persone nel mondo vengono discriminate, emarginate e, purtroppo, uccise. Un cosplayer bianco passa la giornata in fiera e, se si è truccato per bene, riceverà complimenti a palate, foto e gratificazioni. Una volta a casa, tuttavia, laverà via il make-up e nessuno lo insulterà per il colore della sua pelle. Un privilegio che i cosplayer di colore non hanno.
E dulcis in fundo, vanno tenuti in conto i numerosi episodi di razzismo che questi stessi cosplayer subiscono, online e alle convention, quando decidono di interpretare personaggi caucasici. Per loro, schiarirsi con il trucco è letteralmente impossibile: neanche i migliori make-up artist di Hollywood sarebbero in grado di farlo in maniera credibile, così vanno in fiera con la propria pelle anche quando indossano i costumi di, che so, Wonder Woman o Superman.
Basta aprire la sezione commenti di qualsiasi pagina cosplay, per rendersi conto di cosa questo comporti. Insulti come: “Sei la versione n***a del personaggio” sono all’ordine del giorno, cosa che non fa che inasprire il risentimento nei confronti di coloro che si scuriscono per vestire panni dei personaggi di colore. E badate, di nuovo, il bullismo non è mai la risposta, tuttavia non è difficile comprendere come un tale, disgustoso bombardamento mediatico possa portare all’esasperazione chiunque.

Cosplay, racefacing e appropriazione culturale: istruzioni all'inclusività (GUIDA)
Lishka Cosplay nei panni di Vaiana, interpretata con la sua carnagione naturale, senza l’ausilio di make-up per richiamare la tonalità, molto più scura, dell’originale. (Foto di A.Z. Production Cosplay Photography)

Chiarito questo concetto, è il momento di sfatare un po’ di miti.

Quindi non posso dipingermi la faccia di verde per fare Gamora?
Puoi. Il problema non è cambiare colore della pelle, ma imitare la tonalità di etnie reali che subiscono discriminazione razziale. Blu, arancione, grigio, si tratta di carnagioni di fantasia e quindi non c’è nessun problema a interpretare una Twi’lek di Star Wars o un Na’vi di Avatar utilizzando il bodypainting.

E il tape per gli occhi? Se lo uso sono razzista verso gli asiatici?
Primo, si può commettere un atto di razzismo anche senza essere razzisti. Involontariamente, si fa qualcosa che viene percepito come discriminatorio. Fatta questa precisazione, no: il tape non è di per sé qualcosa di offensivo e sono molti i cosplayer che lo usano per modificare la forma del proprio arco sopraccigliare, per tirarsi la pelle delle guance e alzare gli zigomi, per ingrandirsi l’occhio. L’unica cosa da evitare è quella di adoperarlo per imitare la forma allungata degli occhi tipica delle popolazioni asiatiche.

D’accordo, ma se mi abbronzo al mare e poi mi vesto da Sombra di Overwatch, sto facendo racefacing?
Assolutamente no. Se la tua pelle raggiunge quella tonalità naturalmente, nessuno può accusarti di nulla. L’unica cosa che potrebbe risultare controversa è abbronzarsi appositamente per il cosplay di un personaggio di colore, ad esempio per mezzo di lampade o di spray autoabbronzanti. Ma si tratta di situazioni limite.

Sì, ma se io faccio cosplay di Tiana bianca, mi accusano di whitewashing. Allora che devo fare? Non posso interpretare personaggi di colore?
Il whitewashing è qualcosa che si riferisce solamente al mondo del cinema e del teatro, dove personaggi tradizionalmente non caucasici vengono soppiantati da attori bianchi. Nel cosplay, questo concetto non ha senso di esistere e venire accusati di whitewashing è una di quelle esagerazioni di cui parlavamo all’inizio, da cui difendersi con forza.

Alla fine dell’articolo parleremo anche dei sopracitati “casi-limite”, situazioni uniche e molto particolari legate a specifici personaggi. Ma prima dobbiamo affrontare il secondo macro-argomento, quello della cosiddetta appropriazione culturale.

Cultural appropriation: un problema globale?

Si definisce appropriazione culturale l’utilizzo in campo artistico (ma non solo) di simboli, costumi ed elementi della tradizione di una cultura diversa dalla propria, inteso con accezione negativa. Come mai negli Stati Uniti, perché è soprattutto lì che se ne parla, questo viene visto come un problema? Si potrebbe controbattere che la volontà di conoscere altre culture e, anzi, sposarne addirittura simboli e tradizioni sia qualcosa di molto positivo. E in effetti è così, con pochissime eccezioni che, tuttavia, hanno avuto un forte impatto sulla cultura pop e il mondo del cosplay.

Prendiamo un esempio celebre: Peter Pan della Disney. Nel film stesso abbiamo una rappresentazione assolutamente grottesca dei nativi americani, visti come selvaggi, misogini e terribilmente arretrati, nemici con cui i bimbi sperduti giocano a fare la guerra, ma nemmeno troppo per gioco. I simboli di una popolazione storicamente discriminata, che ha subito un genocidio recente e oggi è ridotta a poche migliaia di individui, vengono cannibalizzati e inseriti in un film bianco-centrico, destinato a incassare milioni di dollari in tutto il mondo e a plasmare l’immaginario occidentale per anni. Non a caso, sono tantissimi i cosplayer che scelgono di interpretare Peter, la fatina Trilli, il malvagio Capitan Uncino e perfino il mozzo Spugna. E non c’è niente di male in questo. Tuttavia, diverso è il discorso per il personaggio di Giglio Tigrato e gli altri nativi (nel film chiamati con il poco gratificante “indiani” o “pellerossa”). Allo stesso modo, può risultare profondamente offensivo anche il realizzare il copricapo di penne che Peter indossa durante la storia, un simbolo religioso che appartiene alle più profonde radici delle popolazioni native del Nord America.

Cosplay, racefacing e appropriazione culturale: istruzioni all'inclusività (GUIDA)
Peter Pan in compagnia di Giglio Tigrato e suo padre in una controversa scena del celebre cartone animato Disney del 1953. Da notare il copricapo di piume indossato dal protagonista, azione ritenuta profondamente offensiva dalle comunità native americane.

E da qui passiamo alla recente polemica su Pocahontas. Cosa ha infastidito la cosplayer nativa americana che ha chiesto di non interpretare per nessun motivo una delle più amate principesse della storia della Disney? La spiegazione sta nelle critiche ricevute dal film, che “romanticizza” a tutti gli effetti quello che nella storia, realmente accaduta, è stato un vero e proprio rapimento da parte dei colonialisti britannici. Tuttavia, per quanto problematica si possa ritenere l’operazione condotta da Disney sul personaggio storico, il film in sé porta un messaggio profondamente positivo e rispettoso, antirazzista e che dà una rappresentazione della cultura nativa molto diversa dallo scimmiottamento visto anni prima in Peter Pan. Ecco perché vestirsi da Pocahontas della Disney non è di per sé offensivo, a patto che si eviti di scurirsi la carnagione, e chiedere di non farne il cosplay è una grande esagerazione, purché ovviamente lo si faccia con rispetto.

Come per il racefacing, proviamo a far crollare qualche castello di carte con la modalità delle domande più frequenti.

Quindi non posso fare cosplay di nessuno che non appartenga alla mia cultura?
Assolutamente no. Se esiste una “regola” in tal senso, è ascoltare la maggioranza delle persone appartenenti a quella cultura.

Ad alcuni giapponesi, però, infastidisce che persone occidentali facciano cosplay di personaggi degli anime.
E’ vero, ma si tratta di un fenomeno ormai quasi del tutto scomparso e, per altro, basato sulla falsa credenza che i personaggi degli anime siano necessariamente giapponesi. Basta un minimo di ricerca e conoscenza del mondo dell’animazione e del fumetto nipponici per rendersi conto che moltissime storie prodotte dai principali studi e pubblicate sulle riviste più importanti affondano le proprie radici nella cultura occidentale. Esempi celebri sono Fullmetal Alchemist, la saga di Fate, Shingeki no Kyojin. La cultura pop giapponese ha da sempre miscelato tradizione e modernità, Giappone e resto del mondo, e gli stessi giapponesi, anche i più xenofobi, se ne stanno rendendo conto. C’è anche da dire che la maggioranza dei cosplayer e dei nerd del Sol Levante sono sempre stati aperti verso l’estero e molto felici di condividere con gli altri la propria cultura. Quindi indossate serenamente i vostri kimono, armature da samurai e divise scolastiche e ignorate le eventuali critiche provenienti, di nuovo, soprattutto dall’America.

E i simboli religiosi? Non posso fare cosplay di personaggi appartenenti a culti reali o di divinità?
Dipende. I simboli in generale sono qualcosa di potente e a cui le persone sono spesso molto legate, nel bene e nel male. Questo è, di tutte le situazioni che abbiamo analizzato, il terreno più minato in assoluto. E per rispondere la cosa migliore da fare è passare al discorso sui casi-limite, perché quello di determinati simboli, religiosi e non, appartiene proprio a questa categoria.

Situazioni specifiche: come affrontarle?

Fareste mai cosplay di Hitler? Dopotutto, compare spesso in film e altri prodotti della cultura pop.
E’ giusto fare il cosplay del professor Xavier, pur non essendo disabili?
Ma se io volessi vestirmi da un Inquisitore di Trinity Blood, offendo i cattolici perché ha il costume pieno di croci e ricorda quello di un sacerdote?
Porsi domande simili non è, come qualcuno sostiene, un’esagerazione dovuta all’imposizione del “politicamente corretto“, ma il primo passo per lavorare su se stessi e contribuire a creare un ambiente sano e inclusivo nella community. Lo dico perché, spesso, per questioni così specifiche non esiste una risposta univoca e la cosa migliore da fare è analizzarle, fare ricerche, magari parlare con le persone che potrebbero sentirsi attaccate o discriminate e chiedere direttamente un loro parere, evitando di prendere l’opinione del singolo come quella di tutta la categoria. Il modus operandi è un po’ quello utilizzato per il caso di Pocahontas di cui abbiamo parlato.

Cosplay, racefacing e appropriazione culturale: istruzioni all'inclusività (GUIDA)
L’attore Rufus Sewell in una scena della serie originale Amazon “The Man in the High Castle”, ambientata in un universo in cui i nazisti hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale.

Tuttavia, è possibile individuare alcune linee guida più generali:

  • Evitare di fare cosplay di personaggi storici recenti o legati ad atti universalmente riconosciuti come orripilanti, come Hitler o Cristoforo Colombo, anche in versioni rivisitate o grottesche o denigratorie. Diverso è il discorso per le versioni anime di personaggi storici positivi, ad esempio la Jeanne d’Arc di Fate, o le decine di versioni di Oda Nobunaga apparse in anime e videogames. Anche Assassin’s Creed viene generalmente accettato come fonte di cosplay di personaggi storici, vedi Leonardo da Vinci o Cesare Borgia.
  • Evitare rappresentazioni denigratorie di culture vittime di genocidio o discriminazione, come i già citati nativi di Peter Pan.
  • Evitare il più possibile i simboli religiosi o politici sui costumi. In questo rientrano, ad esempio, i copricapi nativi, ma anche i crocifissi e, soprattutto, le svastiche. Vale la pena spendere qualche parola in più sul caso “nazisti”, che un paio d’anni fa scatenò un putiferio a Lucca Comics. E’ irrispettoso fare il cosplay di personaggi appartenenti al nazismo? Diciamo che è sicuramente qualcosa di molto delicato. Io eviterei, oltre a Hitler stesso, anche di indossare in fiera divise delle SS e, appunto, il simbolo della svastica. Il cosplay, per essere tale, si deve necessariamente ricondurre a opere di cultura pop, ma anche in casi particolari come la serie di Amazon The Man in the High Castle, sarebbe comunque il caso di eliminare dal proprio outfit la fascia al braccio con lo stemma del Reich.
  • Se si vuole interpretare una divinità, fare qualche ricerca sulla posizione di quel particolare gruppo religioso in materia. Ad esempio, viene considerato profondamente offensivo vestirsi da divinità induiste, mentre i manga e gli anime sono stracolmi di versioni della dea Amaterasu, interpretata da moltissimi cosplayer in tutto il mondo.

Chiudiamo questo lungo excursus con i casi-limite che riguardano nello specifico il blackface. Posto quanto detto prima sulle carnagioni di creature fantastiche, bisogna considerare come alcune popolazioni in storie fantasy e di fantascienza possiedano colori della pelle che ricordano molto da vicino quelle delle persone di colore e, ovviamente, rientrano nella stessa logica di personaggi ispirati a etnie reali. Un esempio sono i membri della Nazione dell’Acqua della serie animata Avatar, ispirati agli inuit, o gli Atlantidei del film Disney Atlantis.
Un discorso a parte meritano i drow, gli elfi oscuri di Dungeons & Dragons e di tutti i prodotti da esso derivati, la cui carnagione era nera ebano ed è stata recentemente cambiata in viola, proprio a seguito di una lunga polemica. Il nero, per quanto irrealistico, ricordava molto da vicino proprio il make-up denigratorio adottato da chi praticava il blackface. Nel fare cosplay di un drow, sarebbe meglio utilizzare proprio il viola, o al limite il grigio.

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La cosplayer Naomi Dreyar nei panni di una Drow da Dungeons & Dragons

Da evitare completamente invece sono due personaggi di anime altrettanto celebri: Mr Popo di Dragonball e Jinx dei Pokèmon, il cui design si ispira evidentemente proprio al blackface.

Mi auguro vivamente che questa guida sia riuscita a chiarirvi meglio alcuni punti di questa spinosa questione, e se siete cosplayer, che possa esservi d’aiuto nella scelta dei personaggi e del make-up per i vostri futuri progetti. Fateci sapere cosa ne pensate nei commenti!

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