Cultura e Società

Coronavirus: il popolo del web da ‘legioni di imbecilli’ a un’occasione per evolversi

“#iorestoacasa” è oggi l’hashtag più utilizzato in Italia, tanto da assumere una forma para-istituzionale quando rilanciato dal governo nei suoi messaggi ufficiali sulle reti televisive.

Il Coronavirus ha infatti costretto il paese ad interrompere le nostre usuali libertà civili ed internet, attraverso un suo uso consapevole, permette di responsabilizzare la popolazione in questo senso, osteggiando chi viola le indicazioni del governo.

Dalla pubblicazione del DPCM dell’11 Marzo sulle limitazioni alle uscite e all’apertura dei pubblici esercizi, una valanga di commenti, post, persino tik tok, hanno sostenuto questa linea di governo dal basso, influenzando indirettamente anche le testate giornalistiche, meno libere se sotto padrone, come direbbe Montanelli.

Il mondo industriale e del capitale non è certo a favore di questa riduzione della produttività, lo dimostrano le dichiarazioni delle Confindustrie, ma di fronte alla sollevazione popolare (via web) non può obiettare.

Internet si è dimostrato dunque anche uno strumento politico in mano alla volontà generale.Il fatto che ognuno possa esprimere la propria opinione sul web non è da deprecare come fece Eco sostenendo che il web fosse un megafono degli inesperti, ma da valorizzare come uno strumento democratico.

Dai suoi albori la rete ha superato una prima fase prevalentemente tecnica o demenziale, dove internet è stato usato sia per lavoro che per diletto, mancante però di una funzione sociale che si è insinuata lentamente nelle nostre vite, prima attraverso i forum, successivamente attraverso i social.Il dibattito ed il confronto hanno preso il via su piattaforme disegnate per una connessione mondiale tra gli uomini. Se in alcuni casi ciò ha portato a delle deviazioni del comportamento degli utenti, come miriadi di Napalm 51, il cinquantenne video-dipendente interpretato da Crozza, ciò non toglie che la circolazione di idee ne sia uscita rafforzata.

Prova ne è il fatto che mentre sui media tradizionali nei primi tempi dell’emergenza rimbalzavano messaggi che tendevano a ridurre la vera portata degli eventi – è solo un’influenza (sic!) – una strategia mediatica definita dannosa da Ross Douthat, editorialista del New York Times, sul web parte dell’opinione pubblica, tacciata di allarmismo, ha previsto alcune ripercussioni della venuta del Virus, tra cui la chiusura di scuole ed esercizi, con una razionalità profetica.

Ci si augura dunque che non tornino i tempi in cui la politica si appellava ad una censura sui contenuti del web, ad organismi di controllo che poi erano una inquisizione da indice dei libri proibiti, mossi dalla fede nel politicamente corretto.

Internet può e deve mantenersi una agorà collettiva che serva la pubblica utilità, come sta dimostrando adesso, veicolando il malessere dei cittadini verso una comune volontà di rinascita e non permettendo che ciascuno affronti la propria paura dell’emergenza in maniera sconsiderata ed individuale.

Dario Pio Muccilli

Appassionato di Filosofia e Politica

Un Commento

  1. Verissimo, ma solo fino ad un certo punto. La messa a disposizione globale della conoscenza e l’apertura di spazi di dialogo neutrali o almeno apparentemente tali aumentano la democrazia se c’è un dialogo costruttivo a riguardo, basato su visiioni dverse dell’informazione. Il punto è che il popolo del web ha ampiamente dimostrato in varie occasioni che avere a disposizioni le informazioni non signficia poi fruirne. E’ un volontario anallfabetismo funzionale favorito dai tastini di condivisione che ti permettono di ripetere pappagallescamente e non ragionare niente. Come sempre è una questione di uso e non di essenza intrinseca dello strumento.

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