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True Detective: i richiami al Ciclo di Cthulhu nella serie

Ben ritrovati a un nuovo articolo sull’influenza del Ciclo di Cthulhu nelle opere di intrattenimento moderne.
Questa volta esploreremo la trama della prima stagione della serie TV “True Detective” e i numerosi richiami ad Howard Phillips Lovecraft in essa presenti.

True Detective è una serie TV trasmessa per la prima volta il 12 gennaio 2014 dalla HBO.

La prima stagione della serie è debitrice delle atmosfere evocate nelle opere dello scrittore Thomas Ligotti, vincitore di tre Bram Stoker Award ma figura molto misteriosa e riservata al punto che si era giunti a dubitare persino della sua reale esistenza fisica.
Ligotti è un autore dalla prosa molto originale e ricercata, e le situazioni che tratteggia hanno una forte impronte macabra e grottesca.
I protagonisti dei suoi racconti – e qui rinveniamo l’ispirazione lovecraftiana – finiscono spesso per abbandonarsi all’attrazione della visione di incubo che finiscono per riconoscere come l’autentica essenza della realtà, ovvero quella che traspare dal sogno. Nei suoi racconti viene evocato un universo amorale e nichilista dove la realtà viene trasfigurata e manipolata, spesso attraverso le allegorie suscitate dalle marionette o dallo straniamento suscitato da vecchie fabbriche abbandonate.

Le opere di Ligotti hanno un’influenza diretta sulla serie: la filosofia del detective Rust Cohle infatti è pregna di un considerevole pessimismo cosmico e di riflessioni antinatalistiche che rimandano direttamente al suo saggio “La cospirazione contro la razza umana”.
Il creatore della serie Nic Pizzolatto ha riconosciuto Thomas Ligotti assieme ad altri scrittori come Eugene Thacker come riferimenti letterari della serie, che ha guadagnato il plauso del pubblico grazie al cast di alto livello, della storia avvincente e dei dialoghi coinvolgenti pregni di un consistente pessimismo esistenziale.

La trama di True Detective

Nella prima stagione di True Detective seguiamo le indagini di due detective, Martin Hart e Rustin “Rust” Cohle, su una serie di omicidi ritualistici avvenuti tra le paludi della Louisiana nel 1995, rievocate di fronte a due agenti della Polizia di Stato della Louisiana nel 2012.

I due agenti infatti vogliono accedere alle informazioni dei loro ex-colleghi più anziani per scoprire se vi è un collegamento tra l’omicidio di Dora Lange del 1995 e il ritrovamento del corpo di una ragazza nel lago Charles.

Il caso comincia con il ritrovamento di una ragazza nuda con una corona di legnetti a forma di corna posta in testa, dalla forma che attinge al folklore superstizioso locale: sulla sua schiena è stata dipinta una spirale. La vittima è stata drogata, maltrattata, torturata, strangolata e posta dove tutti potessero vederla. La scena del delitto, che ricorda fin troppo un rito satanico, presenta anche un triangolo fatto di bastoncini, che nella tradizione della zona viene utilizzato per catturare il diavolo “prima che si avvicini troppo”.

Le indagini conducono Rust e Martin verso precedenti scomparse e aggressioni a carico di bambine riconducibili a quello che viene descritto come “un gigante con orecchie verdi e la parte inferiore del volto ricoperta da cicatrici”. Le indagini vengono ben presto ostacolate dal governatore, su probabile consiglio del cugino reverendo Tuttle, che mette in piedi una task force “contro crimini anti-cristiani” con l’evidente scopo di sottrarre la pertinenza del caso ai due detective.

Rust e Martin ottengono da una giovane prostituta il diario di Dora Lange, nel quale si fa riferimento a un enigmatico “Re Giallo” e a un luogo chiamato “Carcosa” al centro di un ipotetico culto.

Al termine di una complessa indagine in incognito i due penetrano nel bayou e liberano una serie di bambini in mano di due psicotici, che vengono uccisi dagli stessi poliziotti decisi a farsi giustizia da soli.

Il caso apparentemente è chiuso, ma Cohle non è convinto. Continuando a indagare contro la volontà dei superiori trova tracce che lo portano a pensare alla presenza nel bayou di un culto al quale appartenevano i due precedenti sospettati Esso sembra incentrato su Carcosa e sul Re Giallo, che un indagato asserisce essere il vero killer ed essere ancora in libertà, grazie a coperture da parte di soggetti influenti.

Nel frattempo però il legame fra i due va in pezzi: Martin, evidentemente al centro di una crisi di mezz’età, continua a tradire la moglie, e questa si vendica seducendo Rust e rivelando al marito il tutto, con una crisi che porta alle dimissioni di Rust.

Nel quindici anni successivi Rust continua a tenere d’occhio la pista con assiduità maniacale e raccoglie prove che dimostrano l’esistenza di un vero e proprio culto con coperture a piani alti, compreso il governatore dello Stato Tuttle e i suoi congiunti.

Rust convince uno scettico Martin a riprendere in mano le indagini mentre la polizia sospetta proprio di Cohle, giungendo a insinuare in Martin il sospetto che tutti gli omicidi, anche quelli del ‘95, sarebbero stati compiuti dal collega, che avrebbe condotto le indagini nella direzione che desiderava.

Le evidenze portano a credere all’esistenza di un vero e proprio “culto del re giallo” composto da membri della famiglia Tuttle, che svolgono sacrifici a umani a danni di adulti e bambini, che però sono morti in gran parte dal 1995 al 2012..

I loro sforzi congiunti li portano alla dimora di Errol Childress, un figlio illegittimo di un Tuttle, che vive in una dimora degradata in mezzo al bayou. Vi sono forti prove che “Il gigante con le cicatrici sulla faccia” sia proprio lui, e che le orecchie verdi fossero dovute alla vernice usata per le tinteggiature all’epoca dei delitti. Childress, si scoprirà in seguito, era inoltre uno dei soggetti incrociati dai detective quasi vent’anni prima, e si suggerisce che abbia conoscenza anche delle opere di Chambers e Bierce alla base del Re in giallo.

Egli fugge in un vecchio fortino nelle vicinanze, che si rivela essere pieno di bambole, rami intrecciati e ossa umane, che Childress chiama “Carcosa”.

Mentre Rust indaga negli anfratti del nascondiglio ricolmo di strani glifi e costruzioni in legno, assiste a un fenomeno inspiegabile – forse una visione – simile a un cielo colmo di stelle nere al cui centro vi è quello che sembra un vortice a spirale da cui filtra una luce.

Quando sta per essere ucciso dal folle Childress, Martin interviene e i due riescono a salvarsi e a eliminarlo, seppure quasi a costo della loro vita.

Il culto è stato così portato alla luce, e anche se i piani alti sono ancora lontani dall’essere puniti per i loro crimini. I mass media e le alte cariche dello Stato sembrano avere tutto l’interesse a escludere ogni coinvolgimento della famiglia Tuttle in quelli che vengono presentati come delitti commessi da un pazzo isolato.

Tuttavia, per una volta, come dice Rust, “la luce sta vincendo sull’oscurità”.

Ci troviamo di fronte quindi a un’opera sul solco delle convinzioni lovecraftiane anche se a tratti sa allontanarsi dal cupo nichilismo cosmico: Rust, mentre in coma, sogna di una seconda oscurità piacevole nella quale percepisce la forza inesauribile dell’affetto di suo padre e di sua figlia, come a dimostrare che oltre la vita non ci sono soltanto gli orrori incomprensibili ma anche l’amore rassicurante che ci guida come un faro nelle tenebre.

Rust Cohle e i rimandi a Lovecraft

Rustin Spencer “Rust” Cohle è un detective degli omicidi della Louisiana, e già qua veniamo proiettati nelle zone refrattarie alla civiltà che ne “Il richiamo di Cthulhu” accolgono i fedeli degli antichi culti innominabili. Aree del mondo nelle quali la civiltà non ha attecchito appieno, e dove trovano terreno fertile culti segreti dediti a pratiche che la società civile reputa perverse e inaccettabili.

Il suo nome suona come “ruggine e carbone” e già da solo induce a pensare al malessere e alla tossicità.

Cohle è un uomo dall’intuito formidabile e una tempra d’acciaio, forgiato da anni come agente infiltrato nei circuiti dello spaccio della droga e dalla perdita di una figlia piccola, che ha sancito anche la fine del suo matrimonio e acuito le sue tendenze antisociali e la sua dipendenza dalle droghe.

Detective brillante ma inviso ai colleghi che non esita a contestare, gira sempre con un grosso

taccuino nel quale disegna e prende appunti, abitudine che ci ricorda anche il nostro Lovecraft che appunto scriveva a mano la sua impressionante mole di spunti.

Quest’uomo presenta un carattere ammantato di un cinico nichilismo, o per meglio dire di pessimismo cosmico, che non lascia spazio al suicidio soltanto in virtù di una programmazione biologica che gli impone ogni giorno di alzarsi per cercare vanamente un senso nella vacua esistenza umana. La sua visione del mondo conta molti punti di vista con quelli che traspaiono dalle opere lovecraftiane, il concetto di ereditarietà della colpa, l’isolamento, i sogni come modo alternativo di vivere.

Stando alle sue stesse parole: non dorme, ma sogna (Lovecraft aveva una fantasia onirica incredibilmente vivida, nel caso del famoso sogno romano abbiamo una vicenda immaginaria lunga addirittura tre giorni).
Come molti dei personaggi di Lovecraft beve per dimenticare, ed è inoltre oggetto di visioni fino a quando continua a fare uso di droghe.

Il suo collega Martin Hart, apparentemente il prototipo del poliziotto integerrimo e del capofamiglia a modo, lo critica aspramente ma al contempo conduce una vita molto più discutibile della sua: tradisce la moglie con donne più giovani, picchia i ragazzi che vanno a letto con la figlia maggiore, abusa del proprio potere di poliziotto per esercitare vere e proprio vessazioni ai danni dei compagni dell’amante e passarla liscia.

Perciò Cohle, nella propria asocialità e nel suo rifiuto delle convenzioni umane, è comunque più fedele alle proprie convinzioni di quanto non sia il suo ipocrita collega.

Da materialista convinto – al pari del nostro Solitario – o come lui si definisce, “realista”, Rust disprezza quelle che lui ritiene illusioni spacciate dalla fede, con un atteggiamento sprezzante che urta la sensibilità dei colleghi più tradizionalisti.

Nella sua visione dell’intera esistenza la coscienza umana è un fardello tremendo che conduce alla distruzione, proprio come in “Il richiamo di Cthulhu” superare il velo di Maya conduce al prendere coscienza degli orrori preternaturali oltre la soglia della comprensione.

Ciò nonostante Rust ha una personalità riflessiva e una grande intelligenza, una sensibilità elevata dal taglio artistico che lo colloca fuori dall’ordinario e dal mondo degradato con il quale viene in contatto.

In generale, la folle psicosfera nella quale si muovono i due protagonisti sembra influenzare anche tutti gli altri personaggi, come una follia cthulhiana che si espande su tutto e su tutti: in varie scene le figlie di Hart vengono viste con disegni aberranti, simboli e abbigliamenti che sembrano connessi direttamente al ciclo dei delitti benché non abbiano nulla a che fare con loro.

Le stesse ragazze crescono in maniera in qualche modo disturbata, come a ricordare le fosche previsioni del clima di depravazione umana che avrebbe anticipato il risveglio del Grande Cthulhu.

Hastur e il Re in giallo

La serie implementa riferimenti diretti alla mitologia del Ciclo di Cthulhu, in particolare Il Re Giallo – riferimento al Re In giallo, avatar del Grande Antico Hastur, a Carcosa, al Segno Giallo e alle Stelle Nere.

Per bocca di una anziana signora sentiamo le frasi

“Conosci Carcosa? Colui che mangia il tempo. La sua veste, è un vento di voci invisibili. Rallegriamoci! La morte non è la fine!”
che fa pensare ai proclami dei culti di stampo lovecraftiano.

“The King in Yellow” è il nome di una raccolta di brevi storie horror di Robert Chambers pubblicata nel 1895. I termini Carcosa, Hali e Hastur vennero creati da Ambrose Bierce per le sue storie “Un abitante di Carcosa” e “Haïta il pastore” del 1893, che poi Chambers riutilizzò nelle proprie.

Nell’opera di Chambers abbiano delle storie che introducono “Il re in giallo”, una ballata scritta nel 19esimo secolo che porta alla follia chi vi si immerge troppo, proprio come avviene con il Necronomicon.

Il segno giallo viene presentato come un simbolo soprannaturale che rende soggetti all’influenza mentale del Re in giallo o dei suoi adepti.

Esso è riconducibile probabilmente a una dimensione ove si trova anche l’antica città di Carcosa.

Chambers utilizzò il termine Hastur per riferirsi a una località nei pressi della stella di Aldebaran, un servitore soprannaturale, una località e un qualcos’altro non meglio definito.

Non sappiamo cosa includa l’opera teatrale chiamata il Re in giallo; viene fatto intendere, nelle fonti successive, che la ballata possa avere un contenuto soprannaturale che si adatta a ogni spettatore. In genere la trama narra di una tragedia con protagonisti una famiglia di nobili in un mondo alieno, che viene visitata da uno Straniero in giallo con una maschera pallida che porta sventure.

Lovecraft conosceva “Il re in giallo” e decise di adottare alcuni termini dell’opera nelle proprie storie, in particolare in “Colui che sussurra nelle tenebre”.

Per esempio menziona nel racconto Hastur, ma non si può capire se intendesse con esso riferirsi a un essere, a una divinità, a un oggetto oppure a un luogo.

Nel corso della serie possiamo avvertire numerosi riferimenti alla figura del Re in giallo e agli altri elementi a lui connesso.

L’ellissi che si nota varie volte nella serie in pratica l’equivalente del Segno Giallo, un misterioso simbolo sul quale Lovecraft non da informazioni particolari.

Un indagato menziona inoltre le “stelle nere” che rimandano appunto al Lago di Hali e Aldebaraan.

E con questo credo di avere riepilogato i principali riferimenti lovecraftiani presenti nella prima stagione della serie True Detective. Noi ci vediamo alla prossima!

Leggi anche: I luoghi di Lovecraft: in viaggio tra una pagina e l’altra

Dave

Un tipetto alquanto permaloso, soprattutto quando è davanti al suo pc. Vive un rapporto dualistico, di amore e odio, nei confronti della tecnologia. Ama scrivere al computer, per esempio. Ma non prova le stesse emozioni quando perde 300 cartelle word a causa di interruzioni improvvise causate da chissà quale maledizione fantozziana. Vive di libri, muore di cinema e per l’odore dei pop-corn. Il grande schermo è la sua più grande passione, ammesso che riesca ad arrivare in sala in orario. I suoi frequenti ritardi (per adesso solo in ambito di tempistiche) sono il motivo per cui quando lo incrocerete vi sembrerà un mandarino che rotola. Ha fatto il giornalista ed è anche un bel ragazzo. Bello davvero. E questa descrizione non è stata scritta da lui, eh.

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