Scienza

Uomo: davvero l’evoluzione ci ha resi così perfetti?

Il dietro-front della scienza

Ne abbiamo fatti di passi, da quando 4,5 miliardi di anni fa le prime forme di vita cominciarono ad evolversi sulla Terra. Il processo per diventare Homo Sapiens è stato lunghissimo, e alcuni dei passaggi rimangono ancora poco chiari: quello che sappiamo con certezza, è che circa 2,4 milioni di anni fa si differenziava per la prima volta il genere Homo, e da lì in poi la storia dell’umanità è stata una continua corsa all’evoluzione, una rapida e straordinaria ascesa che ci ha portati ad essere quelli che siamo oggi. Grazie alla sua intelligenza e alla sua abilità, l’Homo Sapiens è riuscito a costruire opere meravigliose, a crearsi una vita relativamente confortevole, e anche a meravigliarsi del bello e dell’inspiegabile, creando così l’arte e la religione. Vedendo i passi da gigante che ha fatto l’uomo da quando per la prima volta la sottotribù Hominima si è generata nel Rift Africano, viene immediatamente da pensare che la nostra sia la specie perfetta, quella più forte e quella superiore a tutte le altre.

Lucy, testimonianza fondamentale per l’evoluzione dell’uomo

Ma è davvero così? Gli studi più recenti smentirebbero questa visione egocentrica della razza umana, e lo fanno partendo da una delle caratteristiche che più ci distingue dagli altri animali: il bipedismo.

La posizione eretta costante è presente solo nella nostra specie, ed è considerato il tratto distintivo che ha separato definitivamente lo scimpanzé dall’uomo: essere bipedi ha consentito ai nostri antenati di avere un minimo di vantaggio sull’ambiente circostante, una maggiore flessibilità nei movimenti, e soprattutto la possibilità di avere le mani libere. Quest’ultima caratteristica in particolare ha permesso alla specie Homo di evolversi sempre più in fretta, perché ha permesso all’Homo Habilis, per esempio, di fabbricare i primi rudimentali strumenti in pietra.

Il passaggio alla postura eretta non fu immediato: per molto tempo, gli ominidi combinarono la deambulazione bipede con la vita arboricola, e questa importante testimonianza ci è stata fornita anche da Lucy, la nostra “bisnonna” più famosa: studiando la sua conformazione ossea e le dimensioni del suo cranio, infatti, gli scienziati sono riusciti a determinare che l’uomo aveva già acquisito un’andatura bipede 3,2 milioni di anni fa, che era già in grado di utilizzare strumenti, e che il suo cervello si stava ingrossando, probabilmente perché grazie ad una maggiore manualità i nostri antenati avevano più possibilità di avere una dieta onnivora, che richiede denti meno forti.

australopiteco lucy
Lucy, l’australopiteco

Cambio di passo: il bipedismo era davvero la scelta migliore?

I vantaggi di una postura eretta costante sono innegabili, ma il passaggio da quadrupede a bipede non è stato affatto indolore per l’uomo; assumere un’andatura completamente nuova ha creato nuove sfide, come l’avere un addome sempre esposto al pericolo, un collo troppo debole per sostenere un cranio sempre più grande (il cervello degli ominidi si stava infatti ingrandendo rapidamente), e un generale sconvolgimento degli organi interni. Uno degli adattamenti più dolorosi (e meno riusciti, si potrebbe dire) riguarda la donna: diventando bipede, l’uomo ha sviluppato un bacino più stretto, che per il genere femminile significa sostanzialmente una cosa: parti dolorosissimi. Il canale di parto degli ominidi era simile a quello degli ovipari o dei piccoli mammiferi, progettato per dare alla luce cuccioli di scarse dimensioni. Ma con una postura eretta e neonati dalla testa sempre più grande, i parti si sono fatti sempre più complicati e dolorosi. Ma la Natura trova sempre un compromesso: i piccoli di uomo, infatti, nascono con un cervello sviluppato solo per un terzo, completamente inermi di fronte alla vita e senza alcuna autonomia al momento della nascita. In questo modo, la madre può partorire in modo relativamente sicuro, e il bambino completerà il suo sviluppo fuori dall’utero.

Ci servono davvero i lobi delle orecchie?

“La Natura gronda inutilità”, scriveva Darwin, e non c’è esempio migliore dell’uomo: il nostro corpo è pieno di testimonianze che attestano la nostra andatura originale, alcune di esse completamente inutili, come i lobi delle orecchie. Anche quell’appendice intestinale vermiforme che tende ad infiammarsi dolorosamente serve a poco o nulla, così come non serve a nulla avere i denti del giudizio, o un naso enormemente sproporzionato rispetto all’uso che ne facciamo. Insomma, tanti piccoli particolari che sono utili solo al fine antropologico: quello di dimostrare che tra noi e Lucy le differenze non sono poi così tante, e che forse siamo la specie predominante sul Pianeta, ma ben lontani dall’essere quella perfetta.

Necronomidoll

Divoratrice compulsiva di libri, scrittrice in erba, Maladaptive Daydreamer. Innamorata da sempre di Samwise Gamgee.

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