Libri e Letteratura

George Martin, perché? Il commento dell’autore su LOTR

L'entrata a gamba tesa dell'autore delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco sul finale di Lord of the Rings

Parliamo di George Martin, partiamo subito dal virgolettato:

[Il signore degli anelli] è uno dei più grandi libri del XX secolo, ma questo non significa che io pensi che sia perfetto. È da anni che vorrei poter discutere con il professor Tolkien di alcuni aspetti della sua opera. (..) se penso al finale, quando Aragorn diventa re, e si legge che ‘regnò saggiamente per cento anni… è facile scrivere una frase del genere, ma io vorrei sapere il regime fiscale che ha adottato in questi cento anni, e cosa ha fatto di fronte alle carestie, e poi tutti quegli orchi? Non sono morti tutti in guerra, alcuni sono scappati sulle montagne; Aragorn li ha cercati e uccisi tutti? Anche i bambini?

Questa è la tipica da congiunzione avversativa, quella del classico “ma…”. Avete presente i “non sono razzista, ma…” oppure “ho un sacco di amici gay, ma…”? Ecco, qui siamo di fronte allo stesso scivolone culturale. Parlare di qualcosa e/o qualcuno elogiandone le generalità, per poi nello specifico esprimere i propri fragili e futili dubbi. Perché qui non si tratta nemmeno di una critica, ma di una boutade senza la minima cognizione di causa. Basta considerare il fatto che gli orchi, nell’universo di Tolkien, non si procreano normalmente come primati e l’atto della riproduzione viene quasi sempre descritto come una sorta di prassi – in effetti Tolkien rimane sempre molto oscuro sulle tecniche riproduttive delle sue razze. Insomma, non esistono baby-orchi.

Possiamo credere che George Martin non conosca Tolkien, LOTR e la narrativa fantasy? Davvero ignora il concetto di “sospensione dell’incredulità”? Proprio lui che ha regalato al mondo una delle più grandi (ma al momento incompleta) saghe fantasy della storia?

Non sono date sapersi le motivazioni per cui Martin pretenda non solo di conoscere le manovre economiche di Aragorn o dell’eccesso di passivo del suo regno oppure – che ne so – di mettere in appendice l’intero DEF di Minas Tirith, ma anche di parlarne con Tolkien che se fosse vivo probabilmente si pronuncerebbe tra insulti ed ilarità.

Ma è talmente labile l’uscita che lo stesso Martin in un’intervista del maggio scorso, dichiarò:

Tolkien era interessato al mito. Disse che stava scrivendo Il Signore degli Anelli per donare una mitologia all’Inghilterra, e in questo contesto non sarebbe stato appropriato dedicare un intero libro al regno di Aragorn e alle sue sfide. Ma io sono diverso, non sono Tolkien.

Insomma, Martin sa benissimo che è un’idiozia ridurre il giudizio ad una saga talmente ampia e completa a semplice critica estranea al contesto dell’opera ed al suo genere. Soprattutto considerato che egli non è Tolkien ma è – anche e soprattutto – un autore di cui si aspetta il finale di una saga dal 1996.

Quindi perché? Forse per evitare che – terminato il fenomeno televisivo di GOT – l’attenzione collettiva scemi non solo una serie tv ma anche su una saga letteraria incompleta in un mondo moderno dove ormai il consumismo ha assottigliato i tempi di attenzione del pubblico. Criticare il finale di un’opera per giustificare il parto prolungato ed infinito del proprio? Una delle varie possibilità.

E per questo forse George Martin ha deciso di dedicarsi alla classica strategia comunicativa del “parlarne bene o male purché se ne parli”. Buon per lui ma la scelta rimane infelice. Meglio dedicarsi al proprio lavoro, per il bene di tutti.

Stava solo scherzando? Qualcuno affermerebbe o inviterebbe i giornalisti a rivedere il video dell’argomentazione. Con piacere condividiamo e lasciamo al vostro giudizio riflessioni su ciò che ha potuto scatenare in George Martin, questa presa di posizione.

Rimane, infatti, un’incognita, la necessità di dover mettere in dubbio il lavoro di un “collega”, pur di constatare che “nessuno è perfetto”.

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