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Stranger Things 3: la recensione senza spoiler

Parliamo della terza stagione di Stranger Things 3 e del perché vada subito recuperata!

C’è chi ha affermato che il 2019 avrebbe segnato la fine della moda nerd (a dire il vero lo abbiamo fatto anche noi, in questo articolo). Forse è vero, forse no. Quello che è sicuro, invece, è che Stranger Things 3, ad oggi, rappresenta la migliore eccezione alla teoria.

Parliamo di un prodotto targato Netflix, basato su una serializzazione “relativa” di 8 puntate. Mi spiego meglio. Stranger Things 3 è una serie-tv ma gli episodi sono stati resi fruibili per intero sin dal rilascio. Inutile dire quanto l’azienda californiana abbia giocato su questa intenzione, velata neanche troppo bene.

Il palinsesto della piattaforma, infatti, è sempre più votato alla pratica del binge watching e questo, non è un caso. Il primo impatto con le avventure di Undici e compagnia, è proprio quello de “l’una tira l’altra”. Tutto sembra perfettamente al suo posto, gli eventi si susseguono rispettando perfettamente la formula che ha reso famoso il giovane gruppo di Hawkings.

Un’antitesi rispetto a uno dei più recenti punti di riferimento, Game of Thrones, telefilm di HBO che ha basato la sua fortuna sull’hype, ovvero sull’attesa degli sviluppi tra una puntata e l’altra. Ma in questo caso, dobbiamo fare i conti con obiettivi e motivazioni differenti.

Qualche riflessione senza spoiler su Stranger Things 3

Una forza oscura minaccia l’altrimenti tranquilla cittadina americana mentre un gruppo di impavidi – e giovanissimi – eroi, cerca un modo per trovare rimedio al potenziale disastro. Com’è noto, le vicende sono arricchite da un contesto citazionistico che strizza ininterrottamente l’occhiolino all’universo nerd.

I protagonisti fanno parte di una generazione, quella degli anni 80, che ha visto l’avvento delle maggiori produzioni audiovisive del secolo e non solo. In quel periodo nasceva D&D, facevano comparsa le prime periferiche portatili (walk-man, videocamere, telefoni cellulari) e i videogiochi entravano nelle case della famiglie di tutto il mondo.

Se da un lato, la cosiddetta “moda nerd” è un argomento da trattare con le pinze, Stranger Things 3 riesce benissimo ad aggirare il problema prendendo le distanze e proiettando gli spettatori in un tempo lontano ma al tempo stesso, abbastanza vicino da essere ricordato con il sorriso. Gli elementi “nerd”, in Stranger Things non sono mai sovrabbondanti, risultano un valore aggiunto alla già alta qualità narrativa e forse, questo è il pregio per cui ad amare la saga, non sono solo i non più-tanto-giovanissimi spettatori.

Nel corso delle prime due stagioni, la serie si era fatta strada proprio grazie a questo mix di caratteristiche e già al secondo appuntamento, qualcuno si era lecitamente chiesto se a lungo andare, questo giocattolo avrebbe funzionato.

Ebbene, i giocattoli non si evolvono ma per fortuna, le storie possono farlo e sembra proprio questo il caso. Cresce il cast, cresce anche la maturità del racconto e quello che ti dice nel suo sottotesto; si combattono molte battaglie nella vita e come nella realtà, anche Hawkings ha i suoi scheletri nell’armadio. Uno di questi, sono i suoi stessi abitanti.

L’espediente narrativo degli zombie – gli individui controllati dal Mind Flyer – non spunta fuori dal nulla, è un modo che non invecchia mai di parlare del mostro che alberga in ognuno di noi, questa volta nei panni di un’individualità sociale.

I ragazzi sono impegnati in una frenetica ricerca della verità attraverso insidie inaspettate e segreti da svelare. Questa caccia si incarna parallelamente in tutti i personaggi che prendono parte all’attività di prevenire il peggio. In particolar modo, Nancy e Jonathan, vivono questa esperienza come una presa di coscienza nei loro stessi confronti. Nancy lotta per la sua emancipazione personale, Jonathan manda al diavolo la “certezza” figurativa di un posto sicuro. Questo tentativo di concretizzarsi all’interno di una dimensione professionale è anche un modo laterale di raccontare l’intermezzo esistenziale dell’adolescenza.

Nel frattempo, però, anche quando c’è una situazione di pericolo, il compromesso sottinteso di Stranger Things è sempre pronto a emergere: l’opportunità per un sorriso. Questo elemento arricchisce la proposta dell’opera, rendendola di libero consumo e adatta a qualsiasi range di spettatori.

La componente emotiva non è da meno, gli intrecci con gli accadimenti delle scorse stagioni sono un esempio lampante e non mancano nuovi colpi di scena. A dirla tutta, sembra che la creatura di Matt e Ross Duffer viva di emozioni. Un turbinio di evoluzioni sentimentali colpirà i protagonisti finché non raggiungeranno l’apice insieme al pathos narrativo.

Insomma, se siete ancora indecisi se guardare o meno Stranger Things 3, non avete che da smettere di pensarci e catapultarvi. La serie Netflix, merita la vostra attenzione che proveniate o meno da un contesto nerd e soprattutto, risponderà ad alcuni dei perché che gli episodi precedenti avevano lasciato in sospeso.

L’unico problema, non ancora analizzabile, è quello circa l’efficacia della formula. Gli autori saranno in grado di mantenere i presupposti qualitativi finora raggiunti anche nelle prossime occasioni? Lo scopriremo solo vivendo un sottosopra alla volta!

Dave

Un tipetto alquanto permaloso, soprattutto quando è davanti al suo pc. Vive un rapporto dualistico, di amore e odio, nei confronti della tecnologia. Ama scrivere al computer, per esempio. Ma non prova le stesse emozioni quando perde 300 cartelle word a causa di interruzioni improvvise causate da chissà quale maledizione fantozziana. Vive di libri, muore di cinema e per l’odore dei pop-corn. Il grande schermo è la sua più grande passione, ammesso che riesca ad arrivare in sala in orario. I suoi frequenti ritardi (per adesso solo in ambito di tempistiche) sono il motivo per cui quando lo incrocerete vi sembrerà un mandarino che rotola. Ha fatto il giornalista ed è anche un bel ragazzo. Bello davvero. E questa descrizione non è stata scritta da lui, eh.

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