Miti e Leggende

Il Mito di Orfeo ed Euridice: secoli di vero amore

La leggenda che non stancherà mai di appassionarci

Una delle più belle storie della mitologia greca che ha lasciato molto alla nostra cultura letteraria – nonché alle più recenti opere audiovisive –  è quella del Mito di Orfeo ed Euridice.

Nato nel VI secolo A.C, il racconto di Euridice e Orfeo viene ripreso nel tempo da letterati come Virgilio, Platone, Ovidio. Nel novecento, la leggenda passa tra le penne di Cesare Pavese, Italo Calvino e Alda Merini. Ognuno a proprio piacimento, ha contribuito a interpretazioni che differiscono dall’originale, in svolgimento della trama e finali.

Ma lo spirito del Mito di Orfeo ed Euridice sopravvive a ogni rivisitazione perché forte del suo messaggio; forse, è proprio per il mix di temi caratterizzanti (amore, arte, mistero, morte) che da sempre, ispira innumerevoli ed autorevoli opere.

Orfeo

Il primo riferimento di cui si ha conoscenza, sulla figura di Orfeo, è nel frammento 17 del lirico greco Ibico, vissuto nel VI secolo A.C.

Orfeo proveniva da Tracia, figlio della Musa Calliope e del sovrano tracio Eagro (o secondo altre versioni, del dio Apollo), appartiene alla generazione precedente degli eroi che parteciparono alla guerra di Troia, riconosciuto come un grande musicista per la sua bravura nel suonare la lira, riusciva ad estasiare sia uomini che fauna. Tutti, all’udire della sua dolce melodia, ne rimanevano affascinati.

Euridice, la ninfea

La fama di Orfeo, però, è legata alla tragica vicenda d’amore che lo vede unito ad Euridice, una bellissima ninfea desiderata da molti, nonché sua moglie.

Tra i vari pretendenti alla mano della fanciulla, c’era Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo; Aristeo desiderava perdutamente Euridice e sebbene il suo amore non fosse corrisposto, le serviva attenzioni continuamente fino a che un giorno lei, per sfuggirgli, pestò un serpente velenoso che la uccise con il morso.

Travolto dal dolore per la perdita della sua amata, Orfeo decise da affrontare le pericolose prove, tipiche del mondo greco, che lo aspettavano negli inferi per riprendersi Euridice.

Le prove nel Mito Di Orfeo ed Euridice: il riassunto

In primis, dovette affrontare Caronte con l’uso della sua lira; Orfeo riuscì ad ammaliarlo, con lo stesso stratagemma riuscì a placare l’ira di Cerbero, il cane a tre teste guardiano dell’oltretomba e così fece fino a quando non arrivò al cospetto di Persefone. Orfeo raccontò la tragica vicenda che lo aveva colpito; la raccontò così soavemente, che commosse Persefone al punto da essere convinta a rilasciare Euridice dagli Inferi. Ma a una condizione: Orfeo non si sarebbe dovuto voltare indietro finché non fosse uscito dal regno dei morti.

mito di orfeo ed euridice
Una raffigurazione del mito di Orfeo ed Euridice

I due, Orfeo avanti e l’ombra di Euridice dietro, intrapresero così questo cammino nel tentativo di tornare insieme nel mondo dei vivi. Ad accompagnarli c’era Ermes, il messaggero degli dei. Proprio sulla soglia, Orfeo, convinto di essere ormai del tutto fuori, o forse perché semplicemente curioso, si voltò e fu così che Euridice che nel frattempo non era ancora uscita, scomparve per sempre, davanti a lui, per la seconda volta.

E ormai non erano lontani dalla superficie della terra,
quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla,
l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Averno;
cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata,
ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente.
Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero
(di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?);
per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva.

Infine, si narra che quando Orfeo ritornò sulla terra, pianse per sette mesi senza il desiderio di amare un’altra donna; le donne dei Ciconi videro che la fedeltà di Orfeo, nei confronti della moglie morta, non si piegava. Allora, in preda all’ira e ai culti bacchici cui erano devote, lo fecero a pezzi e gettarono la sua testa nel fiume Ebro – dove continuò prodigiosamente a cantare come simbolo dell’immortalità dell’arte.

Dopo questa malinconica e struggente storia, che appassiona e trasporta in un mondo magico quanto remoto – perché l’amore lirico, può esistere solo nell’antica Grecia – voglio riproporre una versione che ho molto apprezzato: si tratta di Cesare Pavese che fa una breve introduzione al mito di Orfeo ed Euridice nel libro ‘’Dialoghi con Leucò’’.

E’ andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva.

Il mito di Euridice e Orfeo è una miniera d’oro per la letteratura universale perché è un vero e proprio generatore di opere che sviluppano idee e riflessioni di molti tipi, portano a creare altre versioni altrettanto attendibili e ricche di significato e minuziosità. E su questo mito, di riflessioni ce ne sono state molte e continueranno ad esserci, appassionando noi romantici malinconici, a letture di questo genere.

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