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Joker: analisi psico(empatica) del trailer

Entriamo in punta dei piedi nel cine-comic più atteso del 2019

Partiamo da un presupposto: siamo in un campo minato.
Ogni passo da fare, ogni scelta, ne va delle sorti di tutto il progetto per la DC. Chiaro, fare peggio del Joker di Leto è praticamente impossibile. E si badi bene che a me personalmente piacque ma lo ritengo un Joker giusto in un film sbagliato. Se possiamo parlare realmente di “film”.

Quindi per la DC è importante fare i passi giusti per non distruggere nuovamente tutto. Ma soprattutto per dare agli appassionati del Joker e dell’universo Batman (in linea più generale) un’opera di qualità. E possiamo dire che i primi passi sono incoraggianti.

Per quanto sia coraggiosa l’idea di fare un film sul Joker (esclusivamente sul personaggio, cosa mai fatta in precedenza), il fatto di produrre una pellicola stand-alone credo sia il primo passo esatto della DC. Vedi Shazam, apprezzato dalla critica. Aquaman, con i suoi incassi incredibili e la sua buona tenuta (grazie Momoa). Wonder Woman, vedi Gal Gadot (grazie mamma Gadot) che – a parte le ironie – sono i 3 prodotti più riusciti nel recente passato DC.

Gli altri? Gli altri erano film talmente brutti che hanno sacrificato i 3 personaggi con il potenziale migliore nel DC Extended Universe:

  • Joker (Leto) lo abbiamo già menzionato;
  • Batman (Affleck);
  • Superman (Cavill).

Ed il fatto di scegliere Joaquin Phoenix, un attore che fa parte di una generazione di talenti cinematografici – da Depp a DiCaprio – con cui condivide la testimonianza della perdita del fratello River (altro astro nascente degli anni ’90 ma questa è un’altra storia), sempre apprezzato nei propri ruoli, candidato più volte ed in odore di Oscar, fa capire che siamo di fronte ad un all-in di tutto rispetto.

joker
Frame tratto dal trailer

Ma scoperto i primi passi esatti della DC, andiamo all’analisi del trailer.

L’analisi sul Trailer di Joker

Siamo di fronte ad una pellicola che ha il coraggioso compito di dare una personale interpretazione delle origini del Joker, che qui prende il nome di Arthur Fleck. Tutto quello che sappiamo è che quest’uomo è il tipico reietto della società che nel momento topico della sua vita fa la scelta letteralmente eccezionale rispetto a quella di tanti altri “signor nessuno”. Reagisce. La pellicola risponderà alle nostre domande fondamentali: come e perché? Il trailer accenna le prime risposte. Una su tutte: Impazzendo.

Lasciando perdere in questa analisi le origini fumettistiche del personaggio (tanto le conosciamo tutti), passiamo a commentare le immagini. Ci troviamo in una Gotham chiaramente dallo stile anni ’80 come si nota dallo skyline e nella prima scena vediamo Arthur a colloquio con Debra Kane del dipartimento di salute mentale (discendente della famiglia Kane? Batwoman? Ester egg? Vedremo) e quest’ultima chiede se gli farebbe bene parlare con qualcuno. E la risposta sorridente di Arthur fa chiaramente intendere che ormai sia proprio inutile.

Nelle scene seguenti possiamo vedere Arthur aggirarsi per le vie di Gotham e da queste possiamo notare un elemento fondamentale che fa solito sfondo alle origini di ogni supercriminale: il degrado urbano. Nella scena seguente lo si vede nel buio della sera salire faticosamente una scalinata. In ogni inquadratura si nota il via vai di gente che caratterizza come il mondo vive a ritmo frenetico e questo si scontra con la lentezza e la stanchezza di Arthur.

Nella scena successiva si vede Arthur fare il bagno a sua madre. Quest’ultima la si vedrà anche più avanti insieme a lui in uno dei pochi frame in cui l’Arthur umano sembra veramente felice. Come può capitare nella maggior parte dei profili psicologici, può darsi che Arthur soffra di un complesso di Edipo irrisolto. Ed anche perché come spesso accade, la mamma che ti ha generato è sempre la persona che ti vuole bene nella maniera più sincera possibile. E possiamo sentire fuori campo dire:

mia madre mi diceva sempre di sorridere e di mettere una faccia felice.

Parlando al passato, si presuppone che sia morta. Shock che va ad aggiungersi all’elenco di fatti che lo porteranno a noi sappiamo cosa.

Questa frase della madre non è altro che l’obiettivo principale del Joker da sempre, che sia quello di Burton che voleva far sorridere tutti con le sostanze chimiche oppure quello di Nolan che voleva aprire un sorriso sul volto delle sue vittime con un coltello. In questo caso andremo poi a scoprire COME il suo obiettivo si vorrà raggiungere.

Dopo la scena del bagno con un Arthur sorridente e felice, veniamo catapultati in una scena cupa e solitaria dove seduto ad un tavolo scrive le sue barzellette e dal taccuino appare una frase che ci rivela un dettaglio fondamentale di questa nuova interpretazione del Joker:

la parte peggiore di avere una malattia mentale è nel fatto che la gente si aspetta che tu ti comporti come se non l’avessi.

Ciò significa che in questo caso abbiamo un Joker realmente affetto da problemi mentali ancor prima di impazzire totalmente. E qui si dovrebbe aprire un’altra parentesi che va a legarsi con il nostro incipit sui “signor nessuno”. Come vengono trattati i malati di mente dalla società? Vengono ignorati, emarginati, dimenticati. Come detto, nessuno reagisce. Qui vogliono raccontarci l’eccezione.

Di seguito possiamo notare come Arthur, che evidentemente vuole fare il comico, tappa i buchi con un lavoro da mascotte per un negozio di dischi da cui si evince un ennesimo particolare sul degrado di Gotham. Il cartello che tiene in mano parla di una svendita, il che ci fa capire che il negozio sta per chiudere i battenti. Essendo Gotham ispirata alle metropoli anni ’80 (NY su tutte), si lascia intravedere anche lo spaccato economico di totale recessione che si aveva in quei determinati anni negli States.

Quindi oltre all’emarginazione, alla malattia mentale, al suo sogno irraggiungibile di comico, aggiungiamo anche un lavoro degradante e saltuario come mascotte, dove? In un negozio che sta per chiudere. Ennesimo elemento di precarietà nella sua vita.

Lasciando per un attimo l’ordine cronologico delle scene, alternate per dare un logico senso umorale al trailer, abbiamo un Arthur che cerca di vivere la sua vita in maniera “normale” tra casa, lavoro e relazioni, cerca di sopravvivere alla sua malattia mentale, resta aggrappato ai suoi sogni anche sacrificandosi con dei lavori pessimi ma cosa succede? Viene aggredito da alcuni ragazzi mentre lavora e sulla metro, anche in maniera piuttosto brutale. Perché? Cerca di dare felicità e sorriso alla gente. Si esprime senza maschere, senza comportamenti canonici e socialmente convenzionati. Ed è qui che la sua libertà personale viene violata e di conseguenza lui decide di imporla ad una società che evidentemente è più pazza di lui.

E nelle scene dopo le aggressioni che cosa abbiamo? L’Arkham Asylum (qui rinominato Arkham State Hospital), con le finestre sbarrate, Arthur che sale l’ascensore impassibile insieme ad un paziente in preda alla convulsioni legato ad un lettino, un impiegato che controlla le generalità di Arthur al di là di una rete di protezione mentre sorride. Tutti elementi che ci fanno intendere che l’unico futuro per Arthur sia quello di non essere più libero in quanto pazzo.

Successivamente si ritorna in una delle confort zone di Arthur, che assiste ad uno spettacolo (forse di un comico) ottimo pretesto per presentarci la personale interpretazione della risata del Joker da parte di Phoenix: 10 e lode.

Dopodiché abbiamo un Arthur in un dietro le quinte che si prepara forse per uno spettacolo. La cosa particolare è che nonostante stiamo parlando di un camerino di clown e comici, di gente che fa ridere, nell’inquadratura abbiamo lui ed altri due soggetti sempre travestiti. Tutti distanti, tutti che s’ignorano, nessuno che socializza e Arthur che si guarda allo specchio cercando di strappare con le mani dal volto un sorriso mentre una lacrima rovina il suo make up. Qui abbiamo la finzione, l’irreale, il falso. Quanto di più lontano dalla felicità e dal divertimento puro e sincero.

E infatti quando viene aggredito nella metropolitana, gli aggressori gli chiedono con arroganza: “che c’è da ridere?”. In un mondo che si sta sgretolando sia economicamente che socialmente, dove la gente ride per finta e che in realtà non ha nulla da ridere e trova repellente l’idea che qualcuno possa avere un umore migliore del proprio tanto da reprimerlo con la forza bruta, che rimane ad Arthur? Nulla.

Credo che da quella scena in poi si voglia far intendere che Arthur abbia raggiunto mentalmente il punto di non ritorno ed infatti l’attenzione si sposta sul ruolo che ha avuto la società in tutto questo. Si vede il Municipio intitolato alla famiglia Wayne, simbolo del capitalismo che aumenta la forbice tra ricchi e poveri, la gente che inneggia al Joker (il popolo ha preso le sue parti) e sullo sfondo, i cartelloni di Tempi Moderni di Charlie Chaplin, il film che più di ogni altro nella storia del cinema ci dà una potente illustrazione critica del capitalismo come causa delle brutali condizioni di vita del proletariato e della classe operaia, grazie ad un genio che è stato uno dei primi ad aver raffigurato l’uomo in maniera burlesca grazie al suo linguaggio del corpo moderno ed ancora oggi oggetto di studi approfonditi e profonde ispirazioni cinematografiche (vedi questa).

Nella scena subito dopo Arthur viene allontanato dall’edificio, per poi vederlo maneggiare una pistola di fronte alla TV che ritrae Thomas Wayne, sindaco della città, che viene identificato come l’impersonificazione di tutti i mali della città (almeno secondo la prospettiva di Arthur), nonché padre del più noto Bruce. Qui bambino, a cui Arthur cerca di strappare sempre a suo modo un sorriso. Ed ecco che abbiamo il primo vero e proprio incontro con il Joker. Tornando alla scena della TV, Thomas Wayne dice:

che razza di vigliacco potrebbe fare questo, uno che si nasconde dietro ad una maschera.

Beffarda affermazione con il senno di poi considerato che colui che parla è il padre di chi poi diverrà Batman.

In seguito vediamo scene di ribellione del popolo che permette al Joker di scappare dalla cattura. In questa scena è incredibile come tutti abbiano seguito il suo “comandamento” cardine d’indossare una maschera e la cosa paradossale è che Arthur in questa scena getta tra i rifiuti la sua di maschera. Significa che getta via i panni del Joker? No, tutt’altro. Con il popolo che utilizza la sua immagine come simbolo di ribellione, per lui sarà più facile confondersi nella massa, farne parte, essere non solo accettato ma anche elevato ad icona, ad esempio da seguire, ma come? Con l’emulazione. Mentre lui dopo aver indossato parrucca e naso da clown per interpretare un pagliaccio, adesso ha i capelli verdi ed il naso rosso. Non fa più il clown, E’ il clown.

Di conseguenza, il paradosso di una società ancora più macabra del folle stesso, fa si che se prima un essere umano a modo fosse emarginato per qualche suo sempre umano problema, adesso diventa il protagonista della scena nel culmine della sua follia. Ed ecco che viene invitato ad un talk show il cui presentatore è interpretato da Robert De Niro, un omaggio nonchè parallelismo con il film Re per una Notte di Martin Scorsese dove De Niro interpretava un aspirante comico che pur di essere al centro della scena si rende protagonista di gesti folli. Proprio come il Joker.

E qui si arriva al finale del trailer, sulla stessa scalinata dell’incipit, ma questa volta Arthur divenuto Joker non è più stanco e barcollante, lo sfondo non è più buio e cupo. Adesso è luminoso, con un Joker che balla e si contorce in preda alla sua triste felicità, con in sottofondo un crescente ouverture che ne racconta la maestosità ma allo stesso tempo una fragilità emotiva palpabile. Il Joker come prodotto di una società malata.

Ed il trailer si chiude con la sua immagine. E quello che possiamo desumere da questo trailer e da queste parole che ho scritto di getto riguardandolo più volte, è che ogni volta di più ho empatizzato con il cattivo. Questa volta ho come l’impressione che i ruoli si siano invertiti, che sia tutto un eccezionale paradosso. Motivo per cui probabilmente l’odore di Oscar si fa sempre più vivido.

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