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Cartoni Giapponesi a Scuola: si educa anche così

L'esperimento di una docente di italiano in una scuola media

I fumetti li leggono i bambini! Manga? Che cosa sono? Ah, guardi ancora i cartoni giapponesi
Sono convinta che almeno una volta nella nostra vita, tutti noi, piccolo-grande popolo nerd, abbiamo sentito una di queste frasi (se non tutte e per di più, nello stesso discorso).

Mortificante sotto molti punti di vista, a volte ci abbiamo provato a spiegare, a chi quantomeno si predisponeva all’ascolto, quanto questo mondo possa essere infinitamente metaforico, bello, unico, profondo, espressione di arte, sentimenti, paure e desideri dell’animo umano.

cartoni giapponesi

Altre, invece, il tentativo è stato del tutto vano. Il pregiudizio, si sa, può essere una brutta bestia, come una strada a senso unico verso quel genere di ignoranza che, al giorno d’oggi, non può più essere perdonata.

Tuttavia, bisogna ammettere, che negli ultimissimi anni pare che le cose stiano cambiando. Passi piccoli e lenti, eppure ci sono. Le fumetterie sono sempre più piene, i cinecomics vincono gli Oscar e gli anime vengono proiettati in tutti i maggiori cinema della nazione.

Sembra che in molti ormai riconoscano questi prodotti come qualcosa degno di valore, degno dei loro soldi e del loro tempo ma, conquista più importante, come un possibile “mezzo” per insegnare ai bambini e agli adolescenti il valore e il senso della vita.

Ciò che prima era una prerogativa quasi esclusiva di “mamma Disney”, sta diventando, infatti, anche una dote di molti cartoni giapponesi, come quelli dello Studio Ghibli, ad esempio, ma non solo. Film come “La forma della voce” (2016) o “Il giardino delle parole” (2013), oppure ancora “Your name” (2016) sono prodotti che avrebbero da insegnare molto ai ragazzini di oggi e, con loro, anche a quegli adulti che sembrano abbiano lasciato alle loro spalle quella parte del loro cuore capace ancora di sognare.

hitachi

Cartoni Giapponesi a Scuola? E’ Realtà

Come dicevo, di passi in avanti, in questo senso, se ne sono fatti e l’esempio più lampante, è quello di una scuola media della mia zona. Si tratta di Matera, Capitale Europea della cultura 2019, e, in quest’angolino di mondo, una docente di italiano e storia ha voluto condurre un esperimento: attraverso la visione guidata di alcuni episodi dell’anime Naruto, far comprendere ai suoi alunni il valore dell’amicizia, del sacrificio del singolo, di quanto sia importante credere fermamente in qualcosa e, soprattutto, di quanto possa essere tremenda la guerra.

Qualcuno della vecchia scuola, se leggesse queste righe, probabilmente, scoppierebbe in una risata amara. Solo qualche anno fa, una cosa del genere era del tutto impensabile. Tuttavia è anche vero che in pochissimi anni il mondo virtuale ha subito dei cambiamenti da far girare la testa. I social che si moltiplicano e diventano sempre più invadenti nella vita di ciascuno di noi e l’avvento di piattaforme come Netflix, hanno reso tutto così veloce da risultare difficile stare allo stesso passo.

L’impazienza è diventata parte di noi senza che quasi ce ne accorgessimo e, a chi spetta l’arduo compito di insegnare in un mondo che mantiene questo ritmo, non ha altra scelta che reinventarsi per non rimanere indietro. Di certo nulla potrà sostituire il valore di un libro, delle testimonianze scritte dei grandi eroi della storia (quella vera), della letteratura, della poesia e delle “sudate carte” ma, a volte, è necessario scendere a compromessi. Il compromesso di questa docente è stato quello di far comprendere alcuni dei valori più importanti dell’umanità ad una classe di adolescenti usando un mezzo che potesse essere veloce, diretto, ma ugualmente potente e fondamentale per la loro crescita se accompagnato da un corretto e puntuale commento didattico.

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Chi l’avrebbe mai detto che i cartoni giapponesi sarebbero entrati nelle nostre scuole?

Come Naruto diventa un metodo d’educazione alternativo

D’altronde, per chi ha letto il manga o visto l’anime di “Naruto”, sa bene di che cosa io stia parlando. A me viene un mente un bambino solo, come lo sono tanti al giorno d’oggi, ma con una tale forza nel cuore da sconvolgere il mondo intero.

Mi viene in mente, ancora, un ragazzo, un soldato, ma soprattutto un fratello sacrificato in nome di una guerra sconsiderata, per la quale ha dovuto rinunciare a ogni cosa sperando che un giorno, quel mondo che amava tanto avrebbe potuto conoscere un po’ di pace.

Ricordo di un padre e di una madre, del loro amore infinito per il loro unico figlio e del dolore di non poterlo veder crescere. Ricordo di un’amicizia senza tempo che neanche la guerra è stata in grado di distruggere, quella stessa guerra capace di trasformare con la sua brutalità la bellezza in dolore. Storie come quella di “Naruto” insegnano che il male, prima ancora di essere sconfitto, deve essere compreso poiché il carnefice, prima di diventare tale, è stato colui che più di tutti ha sofferto e che ha trovato nell’oscurità la sua unica via di fuga da una vita vissuta nel tormento. In fondo, se non capiamo come il male sia nato, come possiamo prevenire che esso colpisca ancora?

Nulla di tutto ciò, almeno per me, suona come infantile. D’altronde sono convinta del fatto che il potere di un disegno animato, dei suoi colori e della musica che l’accompagna sia davvero infinito e che risvegli in tutti, bambini e adulti, la voglia di essere migliori o, quantomeno, di provarci.

Se l’esperimento sia riuscito o meno, questo lo potremo dire tra qualche anno, quando vedremo i risultati di una generazione cresciuta con qualche “compromesso” rappresentato da cartoni giapponesi, fumetti, manga e chi più ne ha più ne metta — oltre che, ovviamente, libri di testo, carta e penna. E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con l’introduzione di questi “mezzi” alternativi nelle scuole? Concludo con una citazione di Socrate che il mio professore di filosofia ripeteva sempre e che, mai quanto oggi, mi sembra più che adatta:

Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare”.

Paola.

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