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Ma l’ingegneria è Donna? Qualche numero, qualche opinone

Stereotipi e difficoltà nelle parole di una giovane laureata in Ingegneria

Ingegneria e donne. Sembra un ossimoro, ma lo sarà davvero?
L’ho chiesto a una persona che ne sa qualcosa.

Elisa, 30 anni, professione Ingegnere

Mi chiamo Elisa e sono ingegnere, un ingegnere donna. Premetto che anche mio padre è un ingegnere, quindi sapevo a cosa andavo incontro quando ho scelto questo ramo di studi; e non ne sono pentita a posteriori.

A dire la verità, per tutto il periodo del liceo ero convintissima che neanche morta avrei fatto ingegneria all’università e lo pensavo ancora fino a un mese prima di iniziare gli studi universitari. Ma penso che fosse solo una spinta adolescenziale ad allontanarmi dagli esempi dei miei genitori. Quando è stata ora di mettere nero su bianco cosa sarei diventata “da grande”, ecco che mi sono trovata con la scelta che era chiara davanti a me. O meglio, dentro di me.

Forse questo c’entra con una riflessione che faceva un giorno un mio professore: la differenza tra un lavoro e una professione risiede nel fatto che il primo è qualcosa che FAI, la seconda è qualcosa che SEI. Per cui mentre il primo si sceglie tra una lista, il secondo bisogna farlo uscire da dentro. Ed essere ingegnere sicuramente non è un lavoro, ma una professione.

Insomma, quando si sceglie cosa fare da adulti, bisogna guardarsi dentro e trovare quel qualcosa che fa apparire chiaro che… Non si potrebbe fare nient’altro.

Uno sguardo ai numeri delle facoltà di Ingegneria

E’ vero che numericamente noi donne non siamo rappresentate ugualmente agli uomini nei corsi di ingegneria, né nelle relative posizioni professionali. Però c’è da riconoscere: da un lato ci sono rami dell’ingegneria dove la distanza numerica tra i sessi non è così elevata (per esempio gestionale, biomedica, ambientale), dall’altro non c’è una vera barriera all’ingresso femminile anche nei rami più “maschili” dell’ingegneria. Dove starebbe questa barriera? Ci sono forse guardiani che bloccano le ragazze fuori dai cancelli dell’università per evitare che si iscrivano, mentre lasciano passare i ragazzi? Io non ne ho mai visti. Le ragazze che si iscrivono forse non riescono a procedere con gli studi? Impossibile, come capacità, non vedo differenze.

Forse è una questione culturale. Quando una ragazza pensa a cosa voler essere da grande le viene in mente questa possibilità con meno frequenza che negli uomini e questo può significare due cose: o non si ritiene in grado (o che coloro ai quali si rivolge per un consiglio non la ritengono tale) o il tipo di professione successiva non la attrae. In entrambi i casi c’è bisogno di maggiore informazione, per evitare che promettenti giovani non capiscano che incredibile opportunità possono cogliere con questo tipo di studi. Esistono strumenti in questo senso, per esempio c’è un programma nella mia università (Politecnico di Milano) per mettere in contatto professioniste con le studentesse per cercare di colmare questo gap informativo-culturale.

Elisa si fa una domanda precisa: ma per la facoltà di ingegneria c’è la selezione di ingresso, come in discoteca? Proviamo a farci aiutare da qualche numero che ci dà Almalaurea.
Nel 2017, i laureati in Ingegneria (tutte le facoltà, quindi senza fare il distinguo che fa Elisa tra le varie branche della materia ) sono stati 34065; di questi, 22932 erano uomini e 8133 donne. Una maggioranza schiacciante, ma andando a vedere meglio, i numeri ci raccontano qualcosa di più. L’età media di laurea è di 25,1 anni per le studentesse e 25,6 per gli studenti. Le studentesse che si sono laureate prima dei 23 anni sono il 24,7% ( contro il 22,7% degli studenti), mentre quelle che si sono laureate dopo i 27 anni sono il 19,4 %. Infine, i colleghi maschi che si sono laureati nella stessa fascia di età sono il 23, 7%.

Questo vuol dire che le ragazze sono più brave? Io non credo. Credo, piuttosto, che questa sia la controprova di quello che dice Elisa: devono dimostrare che hanno il diritto di essere dove sono, forse più dei colleghi maschi.

Ma gli ingegneri sono tutti freddi?

E’ vero che quando qualcuno mi chiede cosa faccio nella vita e io gli rispondo che sono esperta di tecnologie digitali per i sistemi produttivi, tutti strabuzzano un po’ gli occhi. E questo avviene ancora di più ora che sono diventata mamma, quando queste conversazioni avvengono in territori non sospetti, come in fila dal pediatra o alle riunioni dell’asilo nido. Come a dire, tutti riconoscono che siamo in un mondo moderno, che anche le donne hanno accesso a professioni tipicamente maschili, ma sicuramente non si trovano in posti con altre mamme e i loro bambini, soprattutto quelle inserite in un percorso di carriera professionale: non ne possono avere il tempo, né hanno la dolcezza e tenerezza che sono necessarie per crescere (o forse l’interesse per?) i bambini (oltre che sicuramente non trovano nemmeno un compagno con cui farli, i figli!!)

E certo: l’ingegneria non è un mestiere da donna, notoriamente più emotiva e dolce, accogliente e materna. E l’ingegneria è una materia così asettica!

In realtà, quando non mi guardo con gli occhi (strabuzzati) degli altri, non trovo nessun conflitto nell’essere donna ingegnere. Semplicemente lavoro in ambienti con più presenza maschile e questo non è un male, io mi sono sempre trovata bene, anche in ambienti esclusivamente maschili. Spesso me lo fanno notare gli altri “Ma in quel progetto sei l’unica donna che ci lavora?” “Ah, già, è vero”. Non me ne ero neanche accorta.

Secondo me certi temi non dovrebbero nemmeno rappresentare un problema. Cioè, qualitativamente e quantitativamente non è rilevante che nel progetto X l’Ing. Rossi sia uomo o donna, come non è tema di discussione il fatto che sia biondo o alto più di 1,80 m. Bisogna ammettere che nel mio ambiente, universitario prima e lavorativo poi, una volta che ci si è dentro, non sono mai stata considerata strana o diversa, nemmeno tra i miei colleghi. A parte quando all’inizio il mio capo mi ha dichiarato che prima che arrivassi io ripeteva a tutti che con una donna non ci avrebbe mai lavorato… e con me si è dovuto ricredere (e ha infatti preso altre donne successivamente).

Nella professione insomma, le ragazze sanno prendersi rivalse, come i loro colleghi maschi: come Elisa sottolinea giustamente, si tratta di essere competenti, capaci e professionali. Il cromosoma X o Y ha scarsa importanza.

Delusioni e stereotipi nell’ambito dell’ingegneria

Negli studi però le cose come vanno? Guardiamo ancora come è andato il 2017 secondo Almalaurea: il punteggio medio degli esami è del 25,6 per i ragazzi e del 25,7 per le ragazze. Il voto di laurea medio è 100,3 per i primi e del 101,4 per le altre. La durata media del percorso di studi è di 41 anni per i maschi e di 3,9 anni per le femmine. Cosa ci dicono queste lievi differenze? Che le ragazze sono più brave? Assolutamente no. Ci dicono però che non è vero che non sono tagliate per l’ingegneria e che forse davvero serpeggia tra di loro la sensazione che per essere considerate al pari dei colleghi, devono fare di più di loro.

Sentiamo ancora la voce di Elisa:

Devo ammettere però che sono successi degli episodi anche durante gli studi in cui ho sentito le mie capacità istintivamente sminuite da parte di altri.

Per esempio, una volta i voti di un esame abbastanza difficile, considerato da “uomini” (Meccanica Razionale), erano stati pubblicati insieme ai numeri di matricola degli studenti. Non apparivano i nomi di chi si era meritato la relativa valutazione. In tutta la classe erano stati assegnati due 30. Uno dei 30 ovviamente era stato guadagnato dal primo della classe che prontamente aveva confermato. Si era poi formato un comitato di studenti che hanno cominciato a discutere di chi fosse il misterioso secondo 30, hanno stilato una lista di possibili meritevoli che erano stati interpellati e tutti avevano detto che no, quella matricola non era la loro. Io sono casualmente passata vicino al gruppo di investigatori e mi chiedevo di cosa stessero discutendo così animatamente: stavano discutendo su chi aggiungere alla lista a cui poter chiedere. Erano tutti nomi maschili. Li ho lasciati tutti spiazzati quando (dopo averli lasciati un po’ ad arrovellarsi) ho detto che era il mio. Nessuno aveva preso in considerazione me (né alcuna delle altre ragazze del corso) e hanno voluto le prove che non li prendessi in giro.

Ho sposato un’ingegnere donna!

Questo è il vero scoglio, il vero soffitto di cristallo, per usare un’espressione usata in sociologia: la convinzione serpeggiante, nemmeno mai espressa esplicitamente, che le cose stiano così, che che le donne non siano fatte per essere ingegneri.
E allora?

Ho una famiglia bellissima con un marito e un bimbo. Io e mio marito abbiamo la stessa età, anche lui è ingegnere e anche lui ama il suo lavoro tanto quanto me. Questo significa che ci dividiamo i compiti relativi alla casa e alla famiglia in maniera bilanciata. Tipicamente cerchiamo di distribuirci i giorni di permesso lavorativo per seguire le questioni relative alla casa e al bambino. Per esempio è anche successo che io dovessi andare all’estero per lavoro per qualche giorno. Mio marito si è preso tre giorni di ferie per accompagnarmi insieme al nostro bimbo di pochi mesi che non avrei potuto lasciare a casa dal momento che lo allatto ancora.

Ovviamente altre volte sono io che sto con il bambino, prendendomi un giorno di permesso o lavorando da casa. Questo permette a me e mio marito di essere sullo stesso piano in tutto. Un argomento tipico di conversazione tra me e lui sono i dettagli tecnici delle linee produttive su cui stiamo lavorando in un dato periodo. Entrambi ci capiamo e capiamo l’importanza che riveste per l’altro il suo lavoro e i progetti che segue.

donne ingegneria
Chi ha detto che l’ingegneria fosse solo roba per uomini?

Spero di aver aperto un pochino lo spiraglio nella quotidianità di una vita normale da ingegnere donna. Al mondo, ma anche nella nostra piccola città, ci sono tante donne ingegneri che, oltre ad avere un animo profondamente tecnico e tante amicizie maschili dai tempi dell’università, rappresentano esempi di donne che non hanno avuto pregiudizi nella scelta del proprio percorso di studi e di carriera. Tutte queste sono donne e ingegneri eccellenti, ma non eccezionali. Nel senso che non devono essere considerate delle eccezioni, ma la normalità.

E quindi?

Le parole di Elisa, e il suo contagioso e luminoso ottimismo rappresentano la chiave di lettura che ci permette di vedere il tutto sotto un’altra prospettiva: la rarità, cioè il fatto che le donne ingegnere siano meno dei colleghi maschi, non indica una innaturalità. Sono meno dei loro colleghi, e questo è pacifico, ma questo deve iniziare, ed è importante, ad essere visto non come indicatore del fatto che non è roba per loro ma semplicemente una circostanza numerica.

Meglio ancora: bisogna lavorare affinché sia percepita come tale e quindi la diventi. È innegabile che come dice Elisa, le ragioni di questo dislivello sono da ricercarsi nella convinzione che non si tratti di roba da donne. Ma l’esempio di questa ragazza ci dice una cosa importante: i numeri non possono spiegarci le ragioni profonde delle scelte di chi sta scegliendo non quello che farà ma quello che sarà. Devono spingerci a interrogarci se ogni ragazza e ogni ragazzo può liberamente rispondere a questa domanda. O se è frenato dalla convinzione che non sia “roba” per lui o per lei.

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