La terza legge di Sanderson: una narrativa fantasy di successo

Esplora ciò che hai, prima di aggiungere altro

Ogni grande saga deve avere la sua degna conclusione, e così questo ciclo di articoli sulle cosiddette “leggi di Sanderson” si chiude qui ed oggi. Un piccolo background per chi avesse acceso la televisione solo ora: Brandon Sanderson è un autore di letteratura speculativa statunitense, pluripremiato ed autore di bestsellers di grande fama. Dal 2007 ha pubblicato, sul suo sito personale, una serie di tre saggi che ruotano intorno a tre “regole” legate alla creazione di una narrativa efficace e coinvolgente — con particolare focus sulla magia, i sistemi magici e la loro regolamentazione.

Come ama ricordare, le sue leggi non sono tali nel senso che non sono né assolute — in apertura del terzo saggio specifica che, prima di guardare se un libro rispetti o meno le sue leggi, tende a controllare se il libro gli sia piaciuto — né cogenti, nel senso che sono sue considerazioni personali ed in quanto tali hanno un peso ben specifico. Si tratta, se vogliamo, di strumenti diagnostici: spesso, se ci si rende conto che una storia non funziona, conviene tornare indietro e cercare traccia di eventuali violazioni di queste leggi. Fatte le dovute premesse, vi rimando ai miei precedenti articoli (primo e secondo) sulle altre due leggi.

La terza legge di Sanderson

Oggi ci dedicheremo alla terza — ed ultima — legge, che abbandona il reame pur ricco dei sistemi magici per analizzare una componente fondamentale della letteratura speculativa: il world-building. Nel caso la parola (di cui non riesco a trovare una traduzione efficace in italiano) non sia sufficientemente esplicativa, con world-building si intende una serie di attività — che comprendono la scrittura, ma non solo — volte a creare un universo il più completo e coerente possibile per ambientarci una storia. Fare ricerca, produrre graficamente mappe e design di abiti, edifici e chissà cos’altro, scrivere un poema epico che narri le origini della religione — sono tutte istanze di world-building, ben diverse da loro ma accomunate da un obiettivo: fare in modo che l’universo sia il più “realistico” (parola da prendere con le pinze: non nel senso che somigli al reale, ma che sembri reale in quanto funzionale, privo di “buchi” e inconsistenze), coinvolgente e vivo possibile. Si tratta di una parte centrale nella letteratura speculativa per ovvie ragioni, ma in realtà è importante in qualunque tipo di narrativa; de facto, contribuisce in gran parte a costruire l’atmosfera del racconto, e spesso e volentieri è questa prima ancora che la psicologia dei personaggi a trasmettere qualcosa al lettore.

Sanderson, dopo aver dato indicazioni su come gestire i sistemi magici dando forti limitazioni sull’uso della magia, suggerisce:

Prima di aggiungere qualcosa, espandi ciò che hai.

a darker shade of magic
La terza legge di Sanderson trova maggiore esempio in opere (solo apparentemente) più piccole, in cui il proprio universo offre un’esplorazione narrativa stabile e immersiva

Ancora una volta, si tratta di una linea guida sui limiti che uno scrittore dovrebbe porsi, in questo caso nella costruzione dell’universo del proprio racconto. L’idea è quella di evitare l’effetto “frittata degli avanzi”: ficcare dentro il mondo tutto ciò a cui si può pensare, dando vita ad un universo eccessivo e troppo variegato perché sia veramente funzionale e coinvolgente. Un po’ come mettendo troppi colori assieme ci si ritrova con un anonimo nero, Sanderson mette in guardia dal cumulare troppi elementi senza sviluppare e sfruttare davvero nessuno di essi o le relazioni tra loro. La chiama “world-building disease,” la malattia di chi spesso si è dedicato molto alla costruzione dell’universo e poco alla scrittura vera e propria — riprendendo una sua metafora, come allenare molto un gruppo muscolare ignorandone altri. Ci si ritrova con un gigante pieno di dettagli superflui, che non entrerebbero mai naturalmente nella narrazione e che ci si ritrova a inserire forzatamente per non “sprecare” il lavoro di world-building. Costruire una narrazione efficace e coerente richiede un giusto bilanciamento di varie attività, fra cui il world-building — un romanzo, dopotutto, non è un saggio di cultura e società.

Cosa succederebbe se…

Passa poi a suggerire possibili direzioni in cui sviluppare il materiale che già si ha, senza strafare inserendone di nuovo. La prima è l’estrapolazione, ovvero l’arte di porsi la domanda ‘Cosa succederebbe se?’. Cosa accadrebbe se la magia fosse dipendente da una serie di gemme incastonate nella pelle dei maghi, ed una volta esaurite fosse finito il potere? Cosa succederebbe se il Presidente del Consiglio italiano fosse un’elfa? Cosa succederebbe se il Sole fosse un portale verso un’altra dimensione popolata solamente da giraffe? Cosa succederebbe— insomma, ci siamo capiti. Le migliori narrazioni nascono ponendosi una singola domanda, ed espandendo le possibilità a partire da quella (cosa succederebbe se esistesse una scuola di magia? cosa succederebbe se ci fosse un’altra Londra sotto quella che tutti conosciamo? cosa succederebbe se, a seguito di una guerra, rappresentanti di vari paesi fossero costretti a combattere per il piacere del paese più ricco?).

L’interconnessione

La seconda direzione è quella dell’interconnessione: una volta che si hanno a disposizione diversi poteri, culture, tradizioni ci si può chiedere “Come interagiscono fra di loro?”. In Harry Potter, i maghi possono cacciare i Dissennatori con un Patronus: questo è un legame fra due elementi — la magia, e un tipo di creatura sovrannaturale — che fornisce possibilità, espedienti e spunti da espandere per la narrazione. Nella serie A darker shade of magic (di cui ho già parlato qui!), a Londra Rossa la magia viene considerata sacra, tale da meritarsi templi e sacerdoti, e questo è in gran parte legato al fatto che le famiglie regnanti siano famiglie magiche. La cultura di Londra Rossa reagisce alla presenza della magia — e questo è fondamentale per costruire un’atmosfera ed un universo credibili e immersivi. La magia è politica — in un universo dove qualcuno ha dei poteri che altri non hanno, è inevitabile che si generino rapporti gerarchici. Oppure no: come mai? Cosa è successo che ha impedito la divisione sociale in caste, l’emarginazione dei non-maghi? Forse hanno sviluppato una tecnologia che permette loro di eguagliare i maghi? Sono tutte potenzialità che non solo possono essere esplorate — devono essere esplorate, per poter costruire qualcosa che stia in piedi da solo e viva di vita propria.

Approfondire

La terza ed ultima direzione è quella dello snellire — Sanderson fa un esempio a riguardo: se ho un universo dotato di una religione, anziché costruire una nuova religione forse potrei chiedermi, “Cosa succederebbe se introducessi uno scisma?”. Anziché aggiungere un potere mai citato prima, forse conviene considerare un upgrade di un potere precedente. Piccoli cambiamenti — quasi insignificanti — possono generare enormi differenze nell’universo su cui si sta lavorando. Soprattutto se si lavora ad una saga, può capitare che manipolare un dettaglio nel primo libro generi — in stile butterfly effect — una guerra nel sesto libro, ed una porta dimensionale nel sedicesimo. Questo crea un’idea di continuità e, in contemporanea, evita l’affollamento di dettagli e variazioni che rende la storia un concerto dissonante difficile da seguire. Spesso ci si trova a inserire personaggi e a diluire i ruoli, quando li si potrebbe concentrare su pochi e approfondire quelli.

Conclusioni

La terza legge è forse la più difficile da rispettare delle tre. Si tratta di un lavoro di fino, sottile e estremamente complesso. Dovrei ampliare la religione del mio universo, o dare più spazio al governo? Il codice morale dei soldati del mio esercito è influenzato più dalla magia o dalla disciplina? Non ci sono formule universali per capire se il world-building abbia avuto buon esito o meno: l’unico modo rimane quello di provare a “viverci,” a farci muovere dei personaggi, e capire se si tratti di un sogno — insensato, incoerente e privo di logica — o di una realtà in cui, bene o male, sia possibile esistere.

Simone Ramello

Sono la comare che abita vicino a casa vostra e racconta al paese di quella volta che vi siete versati la conserva addosso: non interessa a nessuno, non è nemmeno divertente, ma questo non mi fermerà.

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