Cultura e Società

In ricordo di Paolo Borsellino: il dovere di parlarne

Sono passati 26 anni dall'attentato a Paolo Borsellino, una strage che ha segnato una profonda e ancora aperta ferita nel cuore dell’Italia

Paolo Borsellino. Un eroe siculo

Un uomo come tanti, il viso siculo dai tratti un po’arabi, un po’ meridionali, pelle olivastra, baffetti e una sigaretta sempre tra medio e indice. Le stesse dita con le quali stingeva la penna che gettava nero su bianco, la verità sulle losche azioni mafiose.

È questa l’immagine che da ventisei anni gli italiani hanno cominciato a conoscere di quell’uomo, dopo che TG e giornali consegnavano la foto di un giusto, ucciso in nome della legalità.

Una vita vissuta per abbracciare, sostenere, portare avanti la causa comune della lotta alla criminalità organizzata. Un eroe nazionale, immolato al sacrificio estremo. Una sorte comune a quanti – purtroppo – nel nostro Paese devono pagare con la vita il loro onesto schierarsi in difesa dei valori in cui credono.

Valori  per i quali, facendosi baluardo e scudo di essi, non vengono risparmiati dalla crudeltà del vile, codardo pugno della mafia e di quanti con essa collaborano, di quanti con essa condividono azioni e violenza, di quanti sanno e tacciono, di quanti non accolgono e non seguono il consiglio di Paolo Borsellino

“La paura è umana, ma combattetela con il coraggio.”

La strage in Via D’Amelio

19 luglio 1992, ore 16:58, Palermo, Via Mariano D’amelio, l’esplosione fatale. Una Fiat 126 rubata, parcheggiata sotto il palazzo in cui a quel tempo viveva la madre del magistrato e nascondiglio di circa 90 chilogrammi di esplosivo tipo Semtex-H,  telecomandati a distanza, esplode.

Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra… Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno

L’inferno. In un’unica parola, Antonino Vullo, l’unico agente della scorta sopravvissuto, racchiuse la descrizione del terrificante scenario che la stradina stretta nella calda Palermo d’estate ospitò.

Nella strage persero la vita, oltre al giudice Borsellino, cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

“…Una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile.”

Continuava la descrizione di Vullo.

 A ventisei anni di distanza

“A ventisei anni di distanza sono vivi il ricordo e la commozione per il vile attentato di via d’Amelio… Le sue inchieste hanno costituito delle pietre miliari nella lotta contro la mafia in Sicilia. Insieme al collega e amico Giovanni Falcone, Borsellino è diventato, a pieno titolo, il simbolo dell’Italia che combatte e non si arrende di fronte alla criminalità organizzata”.

Si legge nel comunicato del Presidente Sergio Mattarella pubblicato sul sito del Quirinale.

In questo stesso giorno, un anno fa, nel venticinquesimo della morte, il Csm ha pubblicato gli atti su Borsellino. Ed oggi, il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, ha dichiarato che è stata avviata l’istruttoria della prima commissione del Csm dopo gli esiti del processo Borsellino quater a Caltanissetta e che gli atti sono stati inviati anche al procuratore generale della Cassazione.

L’attuale situazione delle indagini

Le indagini continuano insomma e lo Stato ha il dovere di farle continuare fino a quando non venga fuori la verità. Verità, in cerca della quale tante, troppe vite sono state stroncate. Quella verità celata da indagini sbagliate che ieri, alla vigilia dell’anniversario di quel luttuoso giorno, la figlia dell’eroe chiede di portare avanti.

In una lettera pubblicata dal quotidiano La Repubblica, la figlia, Fiammetta Borsellino scriveva ieri:

Sono passati 26 anni dalla morte di mio padre, Paolo Borsellino. E ancora aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo. Ci sono domande – le domande che io e miei fratelli Manfredi e Lucia non smetteremo di ripetere – che non possono essere rimosse dall’indifferenza o da colpevoli disattenzioni. Domande su un depistaggio iniziato nel 1992, ordito da vertici investigativi ed accettato da schiere di giudici

È stato infatti confermato dai giudici che le indagini sull’omicidio di Borsellino fin qui condotte costituiscono uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana.

Il Dovere di tutti

Ragion per cui il presidente della Camera Roberto Fico da Montecitorio ha dichiarato il dovere di “perseguire la verità sempre ed a ogni costo, a partire dall’ accertamento giudiziario e sulla trattativa Stato-mafia. Solo così lo Stato potrà riconquistare la fiducia dei cittadini”.

E di dovere parla ancora il premier Giuseppe Conte che in un twitter ha scritto:

“Coltiviamo la loro memoria nella lotta quotidiana alle mafie. La ricerca della verità su Via D’amelio è un dovere per l’Italia che crede nel loro esempio e nell’onestà”.

Ma un dovere è imposto a tutti gli italiani dal ricordo della strage di Via D’Amelio; un dovere al quale lo stesso Borsellino chiamava il suo Paese.

“La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.”

In nome di quella bellezza del fresco profumo della libertà ogni italiano è chiamato a combattere con il coraggio la paura. Perché la paura  alimenta l’omertà facendo proliferare le condotte di silenzio che rafforzano la violenza della criminalità organizzata e dei suoi tristi e sporchi legami con delinquenti che si fregiano del titolo di servitore dello Stato mentre, in segreto, stipulano legami e patti con il cancro della società di giustizia di cui dovrebbero essere garanti.

E ancora in nome del sacrificio di Paolo Borsellino, del suo amico e collega Giovanni Falcone che perse la vita pochi giorni prima di lui, il 23 maggio 1992 in un’altra tristemente nota strage nei pressi di Capaci, in cui persero la vita il giudice, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e  causò 23 feriti. Per rendere giustizia dell’incubo che sono stati costretti a vivere orfani, vedove e genitori delle vittime, tutti gli italiani sono chiamati al duplice dovere di non dimenticare e di non tacere.

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.”

I giovani, la parola e la speranza

Parlarne, parlarne sempre affinché l’esempio e il sacrificio dei tanti eroi morti in nome della legalità e della giustizia non cada invano. E affinché non vi siano mai più lettere in cui qualche bambino dice al nonno che non ha potuto mai incontrare ciò che ha detto Fiammetta, figlia di Manfredi, secondo figlio di Paolo Borsellino.

«Caro nonno mi dispiace per il 19 luglio 1992, se tu fossi vivo avresti capito quanto ti coccolerei. Ti voglio bene, la tua nipotina Fiammetta Borsellino»

E per rispondere, a modo nostro, al suo stesso appello, la redazione del Bosone, si unisce pertanto al coro della commemorazione dell’anniversario di quella strage.

Una strage che ha segnato una profonda e ancora aperta ferita nel cuore dell’Italia – di quella parte sana di essa. L’Italia che crede e intende impegnarsi nel portare avanti quella rivoluzione culturale che può minare alle basi l’edificio di mafia e criminalità tutta!

L’invito rivolto principalmente ai giovani, nei quali egli credeva, dei quali si fidava, che rappresentano la speranza del futuro della società italiana, deve dunque risuonare come l’eco di un dovere nella mente di noi tutti:

“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.”

Affinché dalla fiammata dell’odio e della mancanza di scrupoli, possano nascere sempre più Fiammetta testimoni di amore per la giustizia, anche noi ricordiamo Borsellino, maestro e magistrato. Ricordiamo il nostro eroe siculo, accogliendone l’invito a non restarcene in silenzio.

 

lude

Luisa De Vita, campana, residente in provincia di Napoli. Ho studiato Filosofia presso la Federico II di Napoli.

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