Twin Peaks: una critica ragionata 25 anni dopo

Sull’onda del revival degli scorsi decenni, è stato rispolverato anche un cult della televisione: Twin Peaks, la serie che a inizio Anni ’90 ha catturato milioni di spettatori e proposto un modo di fare tv completamente diverso dal solito; vi avevamo dato subito la notizia in questo articolo – dove si parla anche del cast. In molti oggi immagino si siano trovati nella mia stessa situazione: sentire un sacco di gente che parla in toni entusiastici di questa produzione e che fremono dalla voglia di vedere anche la nuova stagione, uscita quest’anno dopo circa 25 anni di stacco; unica soluzione: recuperare le prime due stagioni.

twin peaks cartelloMettersi a vedere una serie di 25 anni fa con l’occhio di uno spettatore moderno è un’impresa singolare. Nel frattempo il modo di fare televisione in questi anni è completamente cambiato: una volta la tv era il posto per qualche narrazione semplice e povera, oggi è il luogo delle grandi storie e delle grandi produzioni, roba che per numeri e qualità rivaleggia con il cinema. Pertanto, diciamo che bisogna mettere una buona “tara”: era un’altro periodo, con altre regole di narrazione, quindi sorvoleremo sempre sulle qualità specificamente tecniche per avere un giudizio più oggettivo sulla narrazione. Tradotto in soldoni: non giudicheremo Twin Peaks in base alla costruzione grafica della sigla o al numero di temi musicali disponibili: allora queste cose avevano un’importanza molto diversa rispetto ad oggi. Ci occuperemo soprattutto sulle scelte stilistiche che veicolano la narrazione: in primis la storia, ma anche alcuni fattori come inquadrature e luci che intervengono come elementi della narrazione. Nell’articolo non troverete nessun riferimento esplicito a questo, ma è giusto esprimere da subito il metro di giudizio utilizzato.

Qualche considerazione su Twin Peaks

Bene, detto questo, cominciamo col dire che la serie è assolutamente spiazzante: niente, sia prima sia dopo, è come Twin Peaks. Spesso ci si trova davanti a situazioni che ti fanno sentire come Homer Simpson:

In quei momenti la cosa può risultare seccante, ma il nostro occhio di spettatore moderno in questo può aiutarci, permettendo di apprezzare ancor meglio la serie: siamo ormai abituati a vedere ben oltre quello che appare sullo schermo, a cercare spiegazioni. A volte Twin Peaks ci accontenta, altre volte no, perché accanto al registro narrativo ve n’è uno scandito dalle suggestioni: momenti in qui la serie vuole essere più “percepita” che compresa, ed è una cosa in linea con i metodi dell’agente Cooper, che ci aiuta quindi a immedesimarci nell’atmosfera dello show.

Laura Palmer reginetta twin peaks
Laura Palmer, reginetta del ballo

Per quanto riguarda la narrazione vera e propria, la serie ha un motivo centrale fino alle prime 8 puntate della seconda stagione: fino a quel punto tutto ruota intorno all’omicidio di Laura Palmer e sulle indagini per scoprire l’assassino. La serie, oggettivamente, da lì in poi perde un po’ di mordente, perché viene meno il motore narrativo principale. Dopo di quello, emerge un “problema” di Twin Peaks: prendono maggior spazio le storie in stile soap opera che fanno da contorno al caso Palmer. A Twin Peaks infatti si muove un’intera comunità, con le sue problematiche e le sue quotidianità. Ma a volte la narrazione indugia troppo nei meccanismi da telenovela Anni ’90 fermandosi sulle trame di “segreti familiari” che danno l’impressione di essere messi lì per fare minuti e puntate. A fronte di una prima stagione di 8 puntate, ne abbiamo una seconda da 22, e il calo di ritmo e la sensazione di diluizione diventa evidente col passare del tempo. A volte si ha l’impressione che la trama venga allungata inserendo in ogni puntata “un mistero più misterioso di quello”, con un meccanismo che farà le fortune di Lost.

agente cooper twin peaks
L’agente Cooper: un fanatico dei “mi piace” già prima di Facebook

I grandi meriti di Twin Peaks

Ma, proprio parlando di narrazione vera e propria, ci sono dei momenti di altissima caratura che anche oggi non hanno perso il loro valore: i passaggi in cui il telespettatore arriva a scoprire l’assassino di Laura Palmer e i momenti successivi al suo arresto tengono col fiato sospeso, sono coinvolgenti e regalano un “finale” emozionante. E poi il finale della seconda stagione, che vive più sulle suggestioni come dicevamo prima, riesce a trasmettere tantissimo: e molto potente per quanto non sia, forse, di immediata comprensione; ma prende così tanto che verrebbe voglia di rivederlo di nuovo per capirlo meglio.

Ma il merito più grande di Twin Peaks, secondo me, è un merito postumo: con questo genere di costruzione, con sistemi narrativi che hanno spezzato le tradizionali pratiche della televisione fino a quel punto, la serie di Lynch e Foster ha preparato il terreno alle grandi narrazioni televisive che sarebbero arrivate negli anni successivi. Sono “figli” di Twin Peaks, chi più chi meno, prodotti come X-Files, Lost, True Detective e Breaking Bad. Un sistema di narrazione che si spinge sulla trama orizzontale più che su quella verticale e l’impostazione di tempi di narrazione più lenti per dare aria allo sviluppo dei personaggi nel lungo periodo sono cose che, di fatto, nascono con Twin Peaks e che faranno la fortuna delle produzioni citate.

Insomma, Twin Peaks è una serie da recuperare, assolutamente: un caposaldo della narrazione televisiva, il capostipite della serialità di alto livello. Un passo imprescindibile per un telefilm addicted, a maggior ragione nel caso ci si voglia godere meglio anche la nuova serie.

Twin Peaks poster nuova stagione
Poster della nuova stagione di Twin Peaks

P.S. Per comprendere al meglio la serie ci si dovrebbe subire anche il film “Fuoco cammina con me”, uscito un paio di anni dopo la conclusione della seconda stagione e pensato come prequel, in cui si raccontano gli ultimi giorni di Laura Palmer. Interessante per conoscere la storia, ma un film assolutamente dimenticabile nella sua costruzione. Magari ne parleremo un’altra volta

Mario Iaquinta

Nato da sua madre “dritto pe’ dritto” circa un quarto di secolo fa, passa i suoi anni a maledire il comunissimo nome che ha ricevuto in dote. Tuttavia, ringrazia il cielo di non avere Rossi come cognome, altrimenti la sua firma apparirebbe in ogni pubblicità dell’8×1000. Dopo questa epifania impara a leggere e scrivere e con queste attività riempie i suoi giorni, legge cose serie ma scrive fesserie: le sue storie e i suoi articoli sono la migliore dimostrazione di ciò. In tutto questo trova anche il tempo di parlare al microfono di una web-radio per potersi spacciare per persona intelligente senza però far vedere la sua faccia. Il soprannome “Gomez” è il regalo di un amico, nomignolo nato il giorno in cui decise di farsi crescere dei ridicoli baffetti. Ridicoli, certo, ma anche tremendamente sexy, if you know what I mean…

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