Polemica sulle ascelle di Wonder Woman: ma che problemi avete?

Ebbene sì, c’è gente che ha sollevato la spinosa questione: nel trailer del film su Wonder Woman si vede che l’eroina ha le ascelle depilate. Per “qualcuno” sul web sarebbe la prova inequivocabile che Wonder Woman si sarebbe piegata ai canoni estetici tipicamente maschili.

Ok, non ci girerò attorno: ma per fare un’affermazione del genere, che problemi avete? Sì, perché una critica del genere è assolutamente insensata, e vi spiegherò perché.

Wonder Woman e il femminismo

Una simile critica è stupida innanzi tutto perché va a colpire proprio Wonder Woman. Il personaggio della principessa amazzone infatti nasce proprio come icona femminile e femminista, per volontà dello psicologo William Moulton Marston, che era molto attento alle problematiche delle donne dei suoi tempi, considerandole in alcuni frangenti più oneste, più precise e accurate degli uomini. Insomma, non certo un maschilista.

Infatti, lui vide nel media fumetto la possibilità di arrivare ad un pubblico giovane a cui inculcare messaggi e valori di rispetto e uguaglianza. E per farlo scelse di creare un personaggio femminile, la prima supereroina della storia: Wonder Woman, appunto.

Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella.

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La Amazzone ferita di Fidia

Certo, Wonder Woman è una donna formosa e piacente, ma non è dovuto ai “canoni di bellezza maschili”, è dovuto… ai canoni di bellezza e basta: Superman, che rappresenta un uomo ideale, non è certo uno sgorbio; allo stesso modo Wonder Woman, suo corrispettivo al femminile, rappresenta una donna ideale sotto tutti i punti di vista, compreso quindi anche l’aspetto estetico. E se ci pensate, è una cosa in linea con le ispirazioni classiche e mitologiche del personaggio: anche nelle statue greche, esaltazione dei canoni di bellezza e perfezione, maschi e femmine hanno sovente le ascelle depilate.
Un esempio? Statua del maestro Fidia – quello del Partenone di Atene, per intenderci – che rappresenta la Amazzone ferita. Guardatele le ascelle…

OH NO! QUESTI GRECI SESSISTI! Così sessisti da definire Saffo, poetessa omosessuale, “essere meraviglioso” o, secondo un epitaffio attribuito a Platone

Alcuni dicono che le Muse siano nove; che distratti!
Guarda qua: c’è anche Saffo di Lesbo, la decima.

Ok, non c’è bisogno di prendere tutti questi riferimenti più o meno colti per accorgersi che una critica del genere è una fumante stronzata cretinata. È tuttavia utile come considerazione per far emergere il fatto che, quando si crea un modello ideale ed eroico, questo viene creato anche fisicamente bello, secondo i canoni della società tutta.

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Confezione del gioco Battaglia Navale degli anni ’50. Le donne, ovviamente, a lavare i piatti. In quegli stessi anni Wonder Woman era invece una donna indipendente.

Attaccare Wonder Woman significa, alla fine, attaccare un simbolo del femminismo. Negli anni in cui i prodotti venivano pubblicizzati con immagini come quella qui accanto della Battaglia Navale, Wonder Woman era una donna forte e indipendente che combatteva per ciò che riteneva giusto, violando se necessario le leggi e le tradizioni – come il millenario isolamento dell’Isola Paradiso. Siamo a cavallo fra gli anni ’40 e ’50: mica roba da poco…

La “dittatura” del politically correct

Ricorderete, credo, questo poster promozionale per X-Men: Appocalypse, che ben presto dovette essere ritirato per rimostranze di associazioni femministe in quanto portatore di messaggi inneggianti alla violenza sulle donne.

polemica ascelle di wonder woman e x-men apocalisse

Domanda: non staremo un pochino esagerando col “politically correct”? Dopo tutto è il cattivo che strangolava Mystica, ed un cattivo fa cose da cattivo; l’unico malvagio che passava il tempo ad accarezzare i gatti era Blofeld della SPECTRE…

I film e le opere narrative in generale, quindi anche libri e fumetti, prima ancora di pensare a veicolare messaggi hanno un altro scopo: quello, appunto, di raccontare una storia. Il cattivo è un ruolo, e come tale si comporterà perché la storia stessa ha bisogno che faccia il cattivo. E nelle storie, così come nella vita vera, accadono cose brutte a persone di ogni sesso, razza o religione.

Pertanto non vediamo la necessità di modificare arbitrariamente personaggi che hanno il loro vissuto e il loro background solo per accontentare “quote di buonismo”. Un esempio su tutti? La Torcia Umana nero. Il problema non è che sia nero, il problema è che lo sia senza motivo stravolgendo in questo modo l’intero personaggio.

wonderPer capirlo facciamo una ipotesi opposta: se nella serie Netflix avessero chiamato un attore bianco a interpretare Luke Cage? Intanto si sarebbero levate orde di paladini a gridare al “whitewashing”, ma la cosa sarebbe stata stonata non per questioni razziali, ma perché un Luke Cage bianco perde necessariamente tutto il suo background, il suo spirito di appartenenza e le relazioni con un quartiere caratteristico – e caratterizzante – come Harlem. Avrebbe dovuto vivere altrove, comportarsi diversamente e pensare altrimenti perché nella vita si sarebbe trovato ad affrontare esperienze formative diverse. E allora perché un Johnny Storm nero dovrebbe essere una conquista visto che a questo punto deve necessariamente modificarsi la relazione che il personaggio ha con sua sorella Susan?

Si tratta di una modifica arbitraria, assolutamente inutile, che riesce nell’unico obiettivo di complicare le cose. Ma siccome mancava la rappresentanza razziale adeguata da qualche parte bisognava agire, e anche se l’intervento è di fino come un’operazione a cuore aperto fatta col machete nel bagno di uno dei peggiori bar di Caracas, una Torcia Umana nero sarebbe comunque una conquista. Di nuovo: ma che problemi avete?

Mi dispiace, ma io non me la bevo. Non è così che vanno combattute battaglie importanti: non basta non usare un rasoio o passare un pennarello scuro su un personaggio per smuovere sacrosanti diritti. Se pensate che queste siano conquiste, mi dispiace dirvelo, ma state solo tacitando la vostra coscienza perché non avete l’interesse o la voglia per fare davvero, sul campo, le battaglie.

 

Mario Iaquinta

Nato da sua madre “dritto pe’ dritto” circa un quarto di secolo fa, passa i suoi anni a maledire il comunissimo nome che ha ricevuto in dote. Tuttavia, ringrazia il cielo di non avere Rossi come cognome, altrimenti la sua firma apparirebbe in ogni pubblicità dell’8×1000. Dopo questa epifania impara a leggere e scrivere e con queste attività riempie i suoi giorni, legge cose serie ma scrive fesserie: le sue storie e i suoi articoli sono la migliore dimostrazione di ciò. In tutto questo trova anche il tempo di parlare al microfono di una web-radio per potersi spacciare per persona intelligente senza però far vedere la sua faccia. Il soprannome “Gomez” è il regalo di un amico, nomignolo nato il giorno in cui decise di farsi crescere dei ridicoli baffetti. Ridicoli, certo, ma anche tremendamente sexy, if you know what I mean…

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