Televisione, metatelevisione e crisi delle idee

Ovvero, di come la televisione moderna faccia di tutto per assicurarsi l’estinzione

Mentre Twitch continua ad aumentare esponenzialmente la sua influenza ed il suo potere finanziario (ma questo è un argomento che probabilmente tratteremo in un altro articolo), la crisi dei media tradizionali continua e si fa sempre più decisa.

Come purtroppo succede in parte anche nei videogiochi ultimamente, la scarsità di idee innovative fa da padrona in televisione. Di fronte ad un fuggi fuggi di spettatori essa risponde, invece di ribaltare il banco e di sperimentare, con una strategia basata su due capisaldi.

Il primo è rifugiarsi nella pedissequa adozione dei format esteri (principalmente quelli della televisione americana) che sono ormai stati testati e “garantiti” di successo.

Il secondo è tagliare i costi al massimo, cercando di dare almeno una parvenza del servizio originale risparmiando però su tutto ciò su cui lo si può fare.

In questa carneficina niente viene risparmiato ma all’occhio attento di uno spettatore critico certi dettagli non sfuggono.

Inutile dire che nello sforzo di perseguire il taglio netto del costo di produzione, desiderato dalle emittenti e temuto dal consumatore, le tecniche privilegiate “d’importazione” sono ancora una volta americane. Regina fra esse, ha trovato finalmente (?) spazio nella televisione italiana la pubblicità occulta, prima a noi completamente sconosciuta. Qualche tempo fa eccola ammiccare in alcuni telefilm fino a trovare presto posto in film e addirittura trasmissioni quotidiane come i talk show. Attorno a questo florilegio di oggetti dall’etichetta magicamente sempre bene in vista un anemico diradarsi di tutto il resto, quello che un tempo era il fulcro dello spettacolo. In perfetta sincronia ecco prendere il posto sotto i riflettori tutto ciò che è esile e inconsistente: impressioni, opinioni, emozioni “cheap”.

La coreografia è casereccia e va al risparmio, gli ospiti non ci sono oppure sono persone dello spettacolo dello stesso canale o della stessa azienda. O ancora sono VIP di secondo livello, pseudo VIP ben felici di apparire in televisione e fingere di essere importanti per davvero.

C’è posta per te di Maria Di Filippi ne è un esempio capitale, ma uno veramente lampante è pure la trasmissione televisiva di capodanno con Carlo Conti .

Essa ha avuto come ospiti non i cantanti ma i loro imitatori, ed il vassoio dello spumante stappato per lo scoccare della mezzanotte aveva le bottiglie con l’etichetta rivolta verso la telecamera.

Ma l’ultima frontiera del risparmio, geniale per la sua economicità e per la sua sintonia con i tempi, è la metatelevisione. In un contesto moderno dove tutti aspirano alla fama cosa c’è di meglio che trasmettere la gente comune che usufruisce del mezzo come è successo con Gogglebox, oppure avere semi VIP semisconosciuti ed economici commentare contenuti prodotti dal pubblico come House of Gag? Il pubblico finalmente entra a far parte della televisione. Da schiavo, ovviamente, e solo strumentalmente a delle necessità economiche. Ma disponibile e fiero di potersi guadagnare quei 15 minuti di celebrità che Warhol prediceva per chiunque.

Non so dove si possa andare da qui e cosa ci si possa aspettare dal futuro del mezzo di comunicazione più rivoluzionario della storia fino a qualche decennio fa. Spero soltanto, raggiunto il metaforico fondo, che non ci si metta a scavare.

Joliet Jake

Nato in una assolata e ridente (?) valle ai confini con la Svizzera, Joliet Jake sfruttò, dalla nascita, questo profluvio di orologi e cioccolato per la sua crescita. Un’errata proporzione nel mix ottenne lo straordinario risultato di farlo arrivare sempre in ritardo e di dipendere dal cioccolato per la propria sopravvivenza. Informatico per passione, ha molti interessi e mirabilmente riesce a fallire in tutto in modo omogeneo. Autore di testi di vario genere per formazione e velleità, si prodiga nella redazione di castronerie astrali. Vi conviene leggere i suoi scritti prima che scompaia ed il suo genio venga riconosciuto postumamente da archeologi in cerca di reliquie letterarie(digitali) di alto lirismo. Che però saranno convinti che la lingua dei testi sia il turcomanno antico.
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