Copyright e Fine Brothers: dove non vogliamo andare

Il copyright e la libertà non sono mai stati concetti in conflitto, ma qualcuno vuole farci credere che lo siano strutturalmente.

La storia narra che Internet sia nata per permettere un libero scambio di idee e di creatività, dove tutti hanno parti diritti e libertà. E la storia narra che questa è stata una verità assoluta. Col tempo però questo assunto fondamentale è stato sempre più messo in dubbio, ed oggi lo è più che mai. E non parlo solo della net neutrality e di altri temi fondamentali, che sono diventati di così grande rilevanza che su di essi i governi si sono riservati di esprimersi. Temi che sono stati in grado di movere grandi masse di persone.

Un altro tema ampiamente dibattuto e che in questo articolo tratteremo solo in superficie, perchè una disamina approfondita, pur se doversosa, è certamente un peso non indifferente in termini di tempo e di argomentazioni, è il diritto d’autore o copyright.

Nato e concepito come strumento di tutela della proprietà intellettuale, che impedisse a chiunque di copiare pedissequamente un’idea o un prodotto altrui per poi farne eguale ricavo, il copyright è passato progressivamente, nel suo uso, da garanzia ad arma attraverso la quale fare profitto.

Il copyright come clava

Ebbene si, il copyright è diventato, attraverso la pratica della registrazione della licenza su qualsiasi cosa (anche non strettamente individuale o di marchio) un sistema per spillare soldi a chiunque abbia un’idea simile (e perchè si possa avere un qualche appiglio per trascinarlo in giudizio). L’opzione giudiziale, ovviamente, si applica solo qualora costui si opponga all’omologazione o al pagamento del “dovuto”, ma anche solo lo spauracchio di un’azione legale è un’arma potente.

Purtroppo ultimamente la cronaca ci ha fornito un caso eclatante, addirittura all interno di un ambito, quello di Youtube, non particolarmente noto per la democrazia.

I Fine Brothers, fenomeno YouTube precedentemente noto per… niente, sono diventati famosi per video ad altra concentrazione culturale. O meglio, serie di video ad alta concentrazione culturale. Le serie hanno nomi (tutti sotto marchio registrato) come “kids react”, “elders react” e simili. Si insomma, avete capito bene, hanno filmato gente di varia età che, molto semplicemente, reagiva a ciò che vedeva. Per quanto vi possa sembrare strano, un idea del genere ha procurato loro un “capitale” di 13 milioni di sottoscrizioni al canale Youtube.

Impariamo i termini base

Ora prima di proseguire oltre è meglio chiarire una distinzione fondamentale tra due termini spesso usati come intercambiabili ma che hanno solo alcuni elementi in comune:

  • Copyright o diritto d’autore: è un tipo di proprietà intellettuale che si applica puntualmente su un prodotto
  • Trademark o marchio registrato: è un tipo di proprietà intellettuale che si applica ad una grafica, parole, forme di una scatola, ed in generale qualsiasi cosa identifichi una serie di prodotti della stessa azienda. Attenzione però, la protezione riguardante il marchio registrato è molto più vasta di quella dedicata alla proprietà intellettuale, incluso il diritto dell eliminazione dal mercato di ciò che è “tanto simile da essere confondibile”

I Fine Brothers hanno registrato quindi questi marchi. Dopodichè, vedendo la proliferazione di video di reazione (la fantasia su internet è alle stelle…), hanno inventato React World.

react world

Cos’è React World, o meglio cos’era? Lo hanno annunciato in un pomposo e ridicolo video in cui dicevano che questo REACT format sarebbe stato ricordato dalle generazioni a venire. Che sarebbe sopravvissuto e sarebbe rimasto famoso addirittura fra 100 anni.
Di fatto React World era una network di siti che, affiliandosi, avrebbero potuto usufruire di idee, risorse come immagini e how-to per fare video di reazione, al “prezzo” di condividere una parte dei guadagni con i creatori della rete, cioè i Fine Brothers.

fine brothers claim copyright over react
I Fine Brothers in tutto il loro splendore

Sembra abbastanza losco, vero? Beh lo era. Anche perchè se fosse stato qualcosa di opzionale sarebbe stata, in fondo in fondo, un’offerta economica il cui vantaggio finanziario sarebbe stato liberamente valutabile da ciascuno: avere o non avere aiuto in cambio di una piccola quantità di denaro? Scelta personale.

Invece i dubbi riguardo alla loro condotta nei confronti di chi avesse deciso di NON aderire, sono subito saliti alle stelle.
Questo per vari motivi:

Primo: il loro atteggiamento oltranzista nel sostenere che chiunque realizzasse qualcosa che riguardasse le reazioni dovesse avere a che fare con loro.

Atteggiamento dimostrato precedentemente in molti casi.  Per esempio, quando Ellen DeGeneres ha fatto qualcosa di simile mostrando nella sua trasmissione The Ellen Show bambini che reagivano a vecchie tecnologie. In quel caso il semplice constatare che qualcuno aveva avuto ed utilizzato in TV un’idea simile aveva suscitato questa reazione (heh.):

fine brothers flammano ellen degeneres
Un tweet poco amichevole

I Fine Brothers in quel caso hanno invitato la loro fanbase a boicottare la trasmissione ed a protestare.

Ma non è l’unico caso. Prima di questo, agli albori dei marchi registrati dei nostri eroi, vari canali Youtube fra cui uno dal nome “stillcosmos” che ospitava video di anziani che reagivano, era stato chiusi su richiesta dei Fine Bros, “casualmente” pochi giorni prima del lancio del loro marchio “Elders React”.
Inoltre notoriamente i Fine Bros hanno una idea molto unilaterale del principio sacro alla base della creazione di contenuti su Internet e Youtube: il principio di Fair use.

Infatti i loro video, partiti dalle reazioni a cose, sono presto dilagati verso le reazoni a video virali ed addirittura a membri della stessa YouTube community, inclusi nei video sotto fair use.

Peccato però che molti utenti che hanno pubblicato sui loro canali YouTube privati video di reazione ai video di reazione dei Fine Bros abbiano poi dovuto fronteggiare opposizione di vario tipo (dal prevlievo della monetizzazione fino alla censura totale) attraverso il sistema automatico di gestione dei contenuti di Youtube da parte dei Fine Brothers e della loro società.

Secondo: il fatto finora ignoto, che i Fine Bros avevano cercato.. e di fatto avevano OTTENUTO, il trademark di “REACT”. Cioè un verbo, che rappresenta ciò che chiunque fa naturalmente. E’ come mettere sotto marchio registrato il naso o lo sbattere delle ciglia.

Un teatro dell assurdo

Tutto questo è una gara di ridicolaggine: ridicolo che ci abbiano provato, ridicolo che lo abbiano ottenuto, ridicolo che lo abbiano annunciato con toni trionfalistici come se fosse stata ri-scoperta l’America, ma soprattutto ridicolo che lo abbiano annunciato proprio in quel momento.
Perchè?
Perchè dopo l assegnazione del trademark, per la legge americana c’è un periodo di “pubblica opposizione” di 30 giorni, durante i quali chiunque ritenga di avere una valida motivazione per opporsi a quel trademark può agire nelle sedi opportune.
Quindi siccome la loro richiesta e la sua approvazione erano passate inosservate, se avessero aspettato un mese avrebbero avuto, per quanto illogico fosse, la legge dalla loro. Invece hanno subito divulgato la notizie, e ciò ha causato la reazione (ahah) di Internet, 300.000 e più unsubscribes al loro canale e un paio di video di spiegazioni da parte loro, prima della capitolazione definitiva e la cestinazione di React World.

Ma pensate che questo scandalo sia l unico caso? Assolutamente no.

Abusi del copyright: gli “illustri” precedenti

Recentemente nientepopodimeno che Sony ha cercato di registrare il termine “Let’s Play”.

sony cerca di registrare il copyright di let's play

Cioè praticamente la combinazione di parole che la comunità YouTube usa ormai da anni per rappresentare video in cui si gioca ad un videogioco. E ancora una volta si cade nel ridicolo che sembra un molto appropriato boomerang commerciale per una corporazione. La richiesta è stata bocciata non perchè il termine è estremamente generico (come prevedibile e auspicabile), ma perchè è “troppo simile” ad un altro marchio registrato nel 2013: Let’z Play  .

nintendo è estremamente protettiva con la sua copyright policy
Ed è ormai storia come Nintendo sia stata estremamente protettiva nei confronti della propria proprietà intellettuale, al punto da creare un apposito “affiliate program” per la diffusione di Let’s Play dei loro videogames.

Insomma , il copyright è un argomento delicato, ed uno strumento che può essere soggetto ad abuso in modo estremamente facile. Episodi come questo ci devono ricordare quanto sia facile perdere una libertà data come acquisita e come la vigilanza collettiva sia un bene inestimabile per una comunità di liberi come Internet.

 


Joliet Jake

Nato in una assolata e ridente (?) valle ai confini con la Svizzera, Joliet Jake sfruttò, dalla nascita, questo profluvio di orologi e cioccolato per la sua crescita. Un’errata proporzione nel mix ottenne lo straordinario risultato di farlo arrivare sempre in ritardo e di dipendere dal cioccolato per la propria sopravvivenza. Informatico per passione, ha molti interessi e mirabilmente riesce a fallire in tutto in modo omogeneo. Autore di testi di vario genere per formazione e velleità, si prodiga nella redazione di castronerie astrali. Vi conviene leggere i suoi scritti prima che scompaia ed il suo genio venga riconosciuto postumamente da archeologi in cerca di reliquie letterarie(digitali) di alto lirismo. Che però saranno convinti che la lingua dei testi sia il turcomanno antico.
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