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Logo che hai, messaggio che trovi

Sì, l’avete visto tutti: il logo di Google è cambiato. Si tratta del più grosso cambiamento stilistico degli ultimi 15 anni! Però, alla fine, direte voi, non è che abbia cambiato chissà chè: hanno messo un carattere diverso e stop. E no, miei cari “gay ingenui”! I loghi delle aziende sono il loro biglietto da visita, il primo contatto che già deve dire in un’occhiata di pochi secondi che cosa ti puoi aspettare. Neanche il brand, nelle grandi aziende, è lasciato al caso. Facciamo qualche esempio.

Il primo è una cosa apparentemente semplice e stupida nel logo della ditta di spedizioni FedEx.

Non notate niente? Eh, innocenti amici… guardate bene lo spazio fra la “E” e la “x”. Ora la vedete? Esatto, quello spazio disegna una freccia, dando idea di movimento e di velocità, cose che per un corriere sono indispensabili.

Ma questo è niente. Io che ho fatto studi inutili vi posso riportare – indegnamente e sintenticamente – il succo di un saggio critico di semiotica che riguarda “la guerra dei loghi” fra Apple e IBM (e poi Microsoft) scritto da Jean Marie Floch, semiotico e pubblicitario.

All’inizio i loghi delle due aziende erano questi:

Apple Primo

Secondo Floch, il logo della IBM, così pesante e massiccio, richiama un’idea di stabilità. Quello della Apple – aggiungiamo noi – era semplicemente ridicolo e anacronistico.

Ma Apple voleva distinguersi come un’azienda più giovane e dinamica, al passo coi tempi: nel 1977 il logo diventa questo

Apple Secondo

Il logo diventa più allegro, coi colori dell’arcobaleno in disordine. La disposizione cromatica non è un caso: i colori caldi portano l’occhio a concentrarsi lì dove la mela è “mozzicata”, e il richiamo al peccato originale e al Paradiso Terreste è creato in un attimo. Voglia di nuovo, ribellione delle idee, anticonformismo. “Sei giovane, hai voglia di farti vedere, di crearti il tuo spazio? Bene, lascia perdere quei monoliti della IBM, Apple è quello che fa per te.” Tutto questo, un messaggio articolato che si rivolge ad un target specifico, dietro un semplice logo alto 4 centimentri. Niente male vero?

Ma non finisce qui. Col tempo IBM si dedica ad altro e sparisce dal mercato dei computer. Dagli anni ’90 il concorrente di Apple è Microsoft. Ed è subito guerra dei loghi.

Stavolta è Microsoft a presentarsi come l’alternativa giovane, dinamica e colorata, che col sistema a finestra sembra rendere l’informatica divertente e con un logo pieno di colori e movimento. Apple questa volta risponde diversamente:

logo-apple-nuovo

Windows sarà vivace, ma rispetto ad un Mac è instabile: il logo della Apple invece è semplice e diretto, dalle linee essenziali come i suoi prodotti che hanno un occhio al design. “Sarà pure colorato ma si impalla ogni cinque minuti. Se vuoi qualcosa di stabile e sicuro, che sia anche un bell’oggetto Apple è quello che fa per te”. Nuovo logo, nuovo messaggio.

Bene, credete ancora che Google abbia semplicemente cambiato il carattere del logo e niente più? Facciamo un piccolo confronto:

Il precedente logo aveva caratteri eleganti e aggraziati: trasmettono un’idea di sicurezza dovuta da qualcosa presente da tempo, ma anche un senso “aristocratico” e un po’ vecchio e altolocato.

Il nuovo carattere invece è più semplice, facile, intuitivo, ma rimane comunque elegante nelle forme tondeggianti; privo delle grazie, è adatto per i dispositivi mobili che hanno schermi più piccoli.

Il significato? Io credo: “Il mondo sta cambiando, ma Google lo segue: internet è ovunque, anche in mobilità, ma puoi continuare a contare su di noi. Siamo semplici, leggeri, facili, e rendiamo più facile anche la tua vita. Dovunque”. Bello vero?

Quindi, la prossima volta che vedete il logo di una grande marca fateci qualche pensierino. Fatelo soprattutto quando vedete che il logo è cambiato. Come il caso della Pepsi: nel 2008 ha pagato uno studio pubblicitario per crearle un nuovo logo con la cifra spropositata di UN MILIONE DI DOLLARI. Ecco il risultato:

E voi direte: “Un milione di dollari per schiacciare un pochettino la striscia bianca? Ma con trentamila lire il mio falegname la fa meglio!”

Può darsi, ma per lo studio che l’ha disegnato c’è tutto un significato dietro: questo logo richiama il Rinascimento, il campo magnetico terrestre, lo Yin e lo Yang e tante altre cose belle. Se volete saperle tutte c’è un documento in inglese di VENTISETTE PAGINE che ve lo spiega nel dettaglio.

Ma c’è anche chi l’ha spiegato così…

Mario Iaquinta

Nato da sua madre “dritto pe’ dritto” circa un quarto di secolo fa, passa i suoi anni a maledire il comunissimo nome che ha ricevuto in dote. Tuttavia, ringrazia il cielo di non avere Rossi come cognome, altrimenti la sua firma apparirebbe in ogni pubblicità dell’8×1000. Dopo questa epifania impara a leggere e scrivere e con queste attività riempie i suoi giorni, legge cose serie ma scrive fesserie: le sue storie e i suoi articoli sono la migliore dimostrazione di ciò. In tutto questo trova anche il tempo di parlare al microfono di una web-radio per potersi spacciare per persona intelligente senza però far vedere la sua faccia. Il soprannome “Gomez” è il regalo di un amico, nomignolo nato il giorno in cui decise di farsi crescere dei ridicoli baffetti. Ridicoli, certo, ma anche tremendamente sexy, if you know what I mean…

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