Better Call Saul e la maledizione degli spin-off

Ho sempre guardato male gli spin-off, ovvero le serie derivate da altre. Io sono uno di quelli che ama le storie chiuse e conchiuse, perciò se decidi che uno show finisce, quella storia finisce lì E BASTA. È inutile cercare di allungare il brodo per monetizzare sull’unico brand che hai azzeccato nella tua vita…

Un esempio a caso, giusto così…

 … va be’, lui ci sta ma non è del suo caso che stiamo parlando. Parliamo invece di TV, perché lì lo spin-off è all’ordine del giorno. E all’ordine del giorno è anche il loro clamoroso quanto quasi certo insuccesso. Facciamo giusto qualche esempio:

  • Gray’s Anatomy –> Private Practice;
  • Buffy –> Angel;
  • I Griffin –> The Cleveland Show;
  • Friends –> Joey;
  • Scrubs –> “Errore 404: File non trovato”: Il mio cervello non riesce a considerare l’esistenza di Scrubs: Med School.

Per onore di cronaca devo citare anche quelli riusciti come Xena o Flash. Ma vedete bene che la casistica non invita a sperare.

Ora capite bene perché io guardi con un certo distacco Better Call Saul, lo spin-off di Breaking Bad. Per me Breaking Bad ha alzato l’asticella della qualità televisiva verso vette prima inimmaginabili. Breaking Bad non è una semplice serie tv: Breaking Bad è un grande romanzo a puntate. Breaking Bad è il massimo della produzione televisiva.

Ok, s’è capito che Breaking Bad m’è piaciuto e non poco…

Fare uno spin-off di una serie del genere, che ha avuto quel popò di finale lì – anzi, di Fe Li Na – è un rischio enorme. Ma visto che Vince Gilligan, il produttore di entrambe le serie, non deve essere un cretino, comincia Batter Call Saul senza screditare le origini, anzi…

SPOILER

… la richiama sin dalla prima sequenza. La sequenza iniziale in bianco e nero: ok che Vince Gilligan non deve essere un cretino, ma qui si è superato. Innanzi tutto si comincia cucinando, stavolta letteralmente, ma il pensiero al “cucinare” di Walter White a me è venuto. E poi è una sequenza magistrale: mostra la fine che ha fatto Saul Goodman dopo i fatti di Breaking Bad, dopo che anche lui si è dovuto affidare all’ “iracheno sparizioni rapide” che gli ha costruito una nuova identità. In queste scene non una parola, non un colore: ora è così la vita di Saul; ci doveva trasmettere il malessere di Saul per questa nuova vita e in effetti ci rende desolati dentro. E quando poi sentiamo le pubblicità di “Better Call Saul” che echeggiano da una vecchia VHS, col primo piano su Saul, be’… lì i nostri feels sono saliti alle stelle.

L’episodio va avanti e ci mostra Saul Goodman, che scopriamo chiamarsi davvero James McGill, che fa un numero dei suoi davanti alla giuria. Ma james non è ancora Saul, il caso è perso e lui sta andando al verde. Incontra due skater e con loro organizza un piccolo colpo: vuole fregare qualche soldo con un finto incidente d’auto. Solo che l’auto si rivela essere quella sbagliata. Saul raggiunge i due compari e dalla porta esce… CUCU’!

TUCO SALAMANCA. Cosa che accoppiata all’apparizione di Mike Ehrmantraut ha fatto salire alle stelle, oltre che i succitati feels, anche l’hype.

Come andrà a finire? Lo vedremo già da stasera, perché AMC questa settimana fa doppio appuntamento.

Quindi, tirando un po’ le somme, ecco cosa mi sento di dire:

Better Call Saul è uno spin-off, e quindi si porterà dietro i difetti insiti nel genere, primo fra tutti il costante paragone con la serie originale; ma in questo caso la serie originale è la migliore mai prodotta… bisogna dare in partenza che questo paragone non reggerà.

Però gli va comunque data una possibilità, perché il prodotto, preso singolarmente, può essere davvero un gran prodotto.

Ed ora vi lasciamo con la vera chicca della prima puntata. Già in Breaking Bad s’era sentita una canzone italiana: a Gale infatti veniva traforata la faccia mentre in sottofondo c’era il Quartetto Cetra con “Crapa Pelada”. Stavolta però si va sul pesante: in un locale di manicure cinese si sente nientepopodimenoche

MASSIMO RANIERI CON “SE BRUCIASSE LA CITTÀ”!

Forse pure loro lo sanno che sta iniziando Sanremo….

Mario Iaquinta

Nato da sua madre “dritto pe’ dritto” circa un quarto di secolo fa, passa i suoi anni a maledire il comunissimo nome che ha ricevuto in dote. Tuttavia, ringrazia il cielo di non avere Rossi come cognome, altrimenti la sua firma apparirebbe in ogni pubblicità dell’8×1000. Dopo questa epifania impara a leggere e scrivere e con queste attività riempie i suoi giorni, legge cose serie ma scrive fesserie: le sue storie e i suoi articoli sono la migliore dimostrazione di ciò. In tutto questo trova anche il tempo di parlare al microfono di una web-radio per potersi spacciare per persona intelligente senza però far vedere la sua faccia. Il soprannome “Gomez” è il regalo di un amico, nomignolo nato il giorno in cui decise di farsi crescere dei ridicoli baffetti. Ridicoli, certo, ma anche tremendamente sexy, if you know what I mean…
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